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“Film ‘Il testimone’, parlare di censura significa avere poca dimestichezza con la libertà…”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – A proposito di alcune levate di scudi pro e contro la proiezione del film Il testimone al teatro San Leonardo; c’è chi ha chiesto che fosse annullata, come poi è stato deciso, e c’è chi è insorto contro tale decisione rivendicando la libertà di parola e gridando alla censura.

Vale la pena tornarci su, perché sul tema della libertà ci sono state da sempre delle interpretazioni diverse e talvolta confuse, a destra come a sinistra dell’agone politico.

Dunque: c’è una nazione che un bel giorno con carri armati e forze aeree invade un’altra nazione confinante. Che utilizza persino una organizzazione di mercenari (non propriamente progressista…) per perfezionare l’intervento. Non interessano qui le ragioni e i torti sottostanti, ché tanto ognuno tira nella direzione che vuole.

Il fatto certo è che nel XXI secolo e dopo due guerre mondiali, almeno il mondo libero occidentale dovrebbe essere aduso a risolvere pacificamente le controversie internazionali. Ma la Russia non appartiene più al mondo libero occidentale, quello per intendersi dove si svolgono libere elezioni e i governi si succedono democraticamente. La Russia non vi appartiene perché c’è un regime autocratico, impersonato sempre dallo stesso personaggio, che nel migliore dei casi i dissidenti li spedisce  in Siberia (come ai tempi dell’Urss comunista) e in altri casi li avvelena (come ai tempi dei Borgia, seppur con tecnologie più avanzate). E, oltre tutto, in corresponsione di amorosi sensi con la dittatura comunista cinese, con quella nordcoreana e con quella islamica iraniana.

Di conseguenza, la Russia di Putin si è fatta nemica “oggettiva” della giustizia, della pace, della libertà, della democrazia, quindi dei paesi liberi e di conseguenza del nostro paese, che – lo si voglia o meno ricordare – nasce dalla Resistenza al fascismo e possiede una costituzione che inneggia alla democrazia, alla pace e ripudia la guerra di aggressione.

Il film “Il testimone” è stato riconosciuto in ogni sede come uno strumento di propaganda delle ragioni russe nella guerra in Ucraina. Siccome un paese libero e responsabile deve decidere da che parte stare in un conflitto, e l’Italia ha scelto di parteggiare per l’Ucraina, cioè il paese aggredito, la proiezione di quel film nel nostro paese diventa uno strumento sovversivo; della libertà  e della giustizia. 

E si badi bene: quando si dice sovversivo – lo sottolineo  a beneficio di taluni soggetti che si dichiarano libertari e ispirati alla Resistenza – si intende allo stesso modo di quanto sovversivi possano essere considerate le adunate nere e i saluti romani nostalgici del fascismo. 

La libertà non consiste nel dare la parola comunque a tutti, sennò dovremmo tollerare anche coloro che ci offendono, che ci minacciano, che spargono fake news o vogliono convincerci che la terra è piatta, che il vaccino anti-Covid fa spuntare la coda, che Trump è un campione della democrazia e che il regime di Xi Jinping è il paradiso della libertà.

In realtà la libertà consiste innanzitutto nel difendere la libertà, anche da chi la vorrebbe usare solo per i propri scopi strumentali e aggressivi. A dirla tutta, agli autori de Il testimone non gliene importa un bel nulla della libertà; altrimenti starebbero a sventolare ben altre idee, e ben altro cinema, sotto il naso di Putin.

Parlare di censura nei confronti della proiezione del Il testimone significa quindi avere poca dimestichezza con la libertà, che non è né anarchia, né licenza, né sostegno alla violenza, ma un patto di reciproco rispetto in un consorzio umano.

Per inciso, il famoso detto attribuito a Voltaire “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo” non è mai stato pronunciato dal filosofo francese, sicuramente non sarebbe stato sottoscritto da Marx e non è su questa battuta che si fonda una costituzione laica (cioè libera da ogni tipo di “chiesa”, religiosa o  ideologica) e democratica.

Francesco Mattioli


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