Viterbo – “Nel 2023 le avversità climatiche hanno condizionato tutte le colture e preoccupa che stiamo subendo un’aggressione fisica ambientale con pale eoliche, discarica dei rifiuti ampliata e possibile deposito di scorie nucleari”. Remo Parenti, presidente di Confagricoltura Viterbo, traccia le somme di questi ultimi 12 mesi. Un quadro complesso dove ad incidere è stato in particolar modo il clima.
“Purtroppo inevitabilmente dobbiamo fare i conti con il cambiamento climatico. Viti e vinicoltori sono stati i più colpiti – spiega il presidente di Confagricoltura -. Il settore ovino è forse quello che si è salvato, quello che da circa un anno e mezzo sta registrando un miglioramento”.
Diversi i temi emersi, come quello dell’invasione delle cimici sui Monti Cimini e l’emergenza cinghiali. Passando anche per argomenti che nei prossimi mesi richiederanno una particolare attenzione e che destano preoccupazione. “Siamo purtroppo un territorio che in questo momento subisce, non so per quale ragione, un’aggressione fisica ambientale, con pale eoliche, discarica ampliata per portare rifiuti da fuori e deposito di scorie nucleari”, spiega il presidente di Confagricoltura.
Remo Parenti
Che anno è stato questo 2023? Quali le produzioni che hanno riscontrato maggiori o minori difficoltà?
“Purtroppo nel 2023 non ci sono state colture che siano andate particolarmente bene. Però vorrei sottolineare una nota positiva. In un quadro generale complesso, posso dire che forse il settore ovino è quello che si è salvato, quello che da circa un anno e mezzo sta registrando un miglioramento. Questo anche perché negli anni precedenti al 2022/2023 c’è stata una vera e propria falcidia di pastori, quindi è calata l’offerta di latte facendo poi registrare, a seguito dell’aumento del consumo, un aumento del prezzo che è tornato a livelli più che dignitosi. E vorrei ricordare che noi nel nostro territorio produciamo formaggi che comunque vengono esportati e sono molti richiesti anche all’estero. Però, al di là del settore ovino, purtroppo, le altre produzioni hanno riscontrato forti criticità”.
Quale la causa di queste criticità?
“Le avversità climatiche hanno condizionato tutte le colture. Le piogge, i temporali e le grandinate, riscontrate a maggio, fine aprile e inizio giugno, hanno fatto sì che le varie produzioni agricole non producessero risultati così soddisfacenti. L’eccessiva pioggia e il maltempo sono stati il perno principale attorno a cui ha ruotato tutto il negativo che ha coinvolto le produzioni: dagli oliveti, castagneti, a tutti i seminativi a cereale, per arrivare anche alle leguminose, i frutteti, le orticole.
Ad esempio, prendendo come riferimento il capoluogo della Tuscia, Viterbo città ha una precipitazione media annua di circa 730 millimetri. Quest’anno, e siamo ormai alla fine, sono caduti circa 727 millimetri. Quindi magari, se si dovesse verificare una piccola pioggia entro la fine dell’anno, saremmo perfettamente in media. Ma il problema è che le precipitazioni sono state distribuite malissimo. Per cui abbiamo avuto, nonostante una precipitazione media annua nella norma, dei periodi di siccità intervallati da un periodo con eccessive precipitazioni. Se in quel periodo di maggio non avesse piovuto così tanto saremmo stati anche in deficit idrico di precipitazione. Però quando le precipitazioni sono distribuite così male le conseguenze in agricoltura sono molte. Qualsiasi accentuazione climatica, con stagione fuori della norma, comporta delle conseguenze”.
Quindi il problema non è tanto la pioggia quanto l’anomalia con cui è stata registrata. Una conseguenza del cambiamento climatico con cui ormai sempre più dovremo fare i conti?
“Certamente, più si accentuerà questo cambiamento climatico, più problemi avremo. Questo è il nodo del discorso e purtroppo inevitabilmente dobbiamo farci i conti. Dobbiamo prepararci a questo sia con la cura delle produzioni sia con le energie rinnovabili sul territorio”.
Parlando di produzioni specifiche. In passato nel nostro territorio la produzione di castagne ha riscontrato delle difficoltà a causa del cinipide? Quest’anno è stata riscontrata questa problematica?
“Quest’anno anche i castagni hanno prodotto poco, anche se nelle quote più basse le produzioni sono andate meglio, quasi nella norma. Nella parte più alta dei Cimini parliamo invece di produzioni mediocri o quasi nulle. Sono ormai quindici anni che i castagneti sono in difficoltà. È cominciato con il cinipide che poi credo abbia indebolito queste piante. Inoltre a influire c’è anche il cambiamento climatico che crea ulteriori squilibri a queste piante, nonostante la loro natura sia forte. Pagano quindi le conseguenze di più fattori che si sono andati a sommare. Da noi il cinipide arrivò più o meno nell’estate del 2006, ci mise un pochino per diffondersi e poi ci fu l’esplosione con il crollo produttivo. Di fatto non siamo ancora ritornati a quella che poteva essere la normalità, come nei primi anni 2000 e anni precedenti. Ci sono ancora delle galle di cinipide nelle piante, anche se ridotte di molto rispetto al passato. Il lancio del Torymus ha comunque prodotto effetti positivi e ne contiene la diffusione. Ma quello che più influisce, come dicevo, è un insieme di fattori. Con la tanta acqua nel periodo della fioritura e dell’allegagione anche per i castagneti”.
Per la frutta?
“Quest’anno si è colta molta poca frutta. L’ortofrutta si trova per la maggior parte da Viterbo verso la costa e i danni ci sono stati con produzioni nettamente inferiori alla media. E soprattutto non ci dimentichiamo la produzione di uva che è stata catastrofica perché il fungo peronospora ha veramente azzerato in alcuni casi la produzione di acini. Più si guarda verso l’interno, e si lascia la costa, più la situazione è stata peggiore. E questo fa capire come la pioggia di maggio abbia inciso perché al mare spesso questi temporali non arrivavano e hanno riscontato meno criticità, con un leggero calo. Mentre nell’entroterra, dove la pioggia è stata anomala e abbondante, i danni sono stati maggiori. Con produzioni colpite in maniera terribile e agricoltori preoccupati anche per il futuro. Va infatti ricordato che la tanta pioggia favorisce il fungo, che è così dilagato in particolare dopo maggio. L’uva è sicuramente stata la coltura che più di tutti ha avuto difficoltà quest’anno, proprio per il cambiamento climatico. Viti e vinicoltori sono stati i più colpiti”.
E per l’olio?
“Purtroppo l’olio quest’anno ha fatto registrare un alto calo nella produzione, parliamo di circa il 60% in meno. Sembra che se la siano cavata nel Vetrallese, nella zona alta della provincia di Viterbo, come Ischia di Castro e Farnese, e in piccola parte Canino. Ma su tutto il territorio si è comunque registrato un calo rispetto agli anni precedenti, con alcune zone che sono state disastrose e altre a macchia di leopardo. In particolare le criticità sono state riscontrate nella zona di Montefiascone, poverissima di olive, e nel Cimino. E anche la zona della Valle del Tevere ha prodotto nettamente meno del solito”.
Il nostro territorio quest’anno è stato particolarmente interessato dalla diffusione della cimice asiatica. A risentirne in particolare i noccioleti? Cosa è stato fatto e cosa si ha intenzione di fare al riguardo?
“A ottobre scorso siamo stati tra i primi, grazie anche a quanto pubblicato su Tusciaweb, a sollevare il problema dell’invasione della cimice asiatica sui monti Cimini. Un’eccessiva presenza delle cimici che ha finito per compromettere i raccolti, in particolare quello della nocciola. Da quella prima segnalazione, poi nel giro di poche settimane siamo andati in regione. Arrivando comunque ad ottimi risultati. La regione sta infatti lavorando su un programma che dovrà essere attuato nei prossimi mesi. Si tratta di procedere con uno studio sui territori e avviare il lancio della vespa samurai. Chiaramente andrà effettuato anche un approfondimento per capire come la vespa samurai riesce ad inserirsi nel territorio, valutando quindi il momento più idoneo per poter far aggredire le cimici. Ci saranno quindi degli studi da parte dei tecnici del settore fitosanitario della regione che dovrebbero poi poter produrre i frutti, spero in tempi brevi. Bisogna capire se il lancio della vespa samurai possa avere delle contrindicazioni di carattere ambientale e poi bisogna anche calcolare il tempo di riproduzione e diffusione di questo insetto. Si è quindi parlato di mettere in atto una lotta biologica, ma allo stesso tempo non precludendosi la possibilità di altre strade da percorrere. Parliamo quindi anche di affiancare la lotta chimica, ma mirata e guidata. Cercando di capire come meglio attuarla. Aspettiamo che i tecnici della regione ci dicano quale sia la strada da seguire”.
Tutte queste difficoltà hanno avuto delle conseguenze sul mercato con un aumento dei prezzi?
“Questo è sicuramente un altro dei problemi riscontrati. Perché fino a pochi anni fa il mercato era di tipo quasi locale e comunque rispondeva a quella che era in effetti l’offerta dei prodotti agricoli. Quindi poteva accadere che se ad esempio in Italia si produceva poco grano duro di conseguenza il prezzo saliva. Adesso il mercato è mondiale. Magari quindi succede che da noi abbiamo una produzione zero, ma i prezzi del mercato mondiale della produzione italiane pari a zero nemmeno si percepiscono. Per cui i prezzi rimangono bassi o addirittura calano come quest’anno. Noi eravamo reduci da un 2021, prima parte del 2022, con prezzi che erano cresciuti e finalmente ci soddisfacevano e permettevano di investire, poi abbiamo avuto un crollo di quasi tutti i prodotti agricoli dalla seconda parte del 2022. E nel 2023 i prezzi sono rimasti quelli. Tornando quindi sull’esempio del grano duro, anche se da noi è stato prodotto in maniera inferiore alla media comunque i prezzi sono continuati a calare.
Continua inoltre l’emergenza cinghiali sul nostro territorio. Cosa è stato fatto per contrastare l’eccessiva presenza di ungulati e cosa potrebbe essere ancora fatto? Quali danni si registrano legati alla fauna selvatica?
“L’emergenza cinghiali continua. Nessuno vuole la strage degli ungulati, ma credo che nell’ambiente ci sia comunque sempre bisogno di un equilibrio e una proporzione in tutto. Bisogna comunque elaborare un vero e proprio piano di contenimento. Purtroppo diciamo che c’era stato promesso di provare a contenerli, ma fino ad ora la regione non l’ha fatto. L’inserimento di alcuni lupi potrebbe ridurre il numero dei cinghiali. Ma comunque bisogna stare attenti ad evitare che la possibile teorica soluzione possa rivelarsi peggio del male. Ripeto, nell’ambiente ci dovrebbe essere un equilibrio e una proporzione in tutto, sia nel caso della specie dei cinghiali sia in quella dei lupi.
Quel che è certo è che i cinghiali stanno facendo danni all’agricoltura, alle auto che circolano e in parte agli abitanti delle città. Purtroppo, torno a ribadire, credo che la regione abbia fatto un po’ poco rispetto a quello che si era detto l’altro anno al momento dell’insediamento della nuova amministrazione. Ora vediamo se ci saranno degli sviluppi. Serve un vero e proprio piano di contenimento”.
Per la Tuscia si parla anche di realizzazione di impianti eolici e fotovoltaici a terra. Si tratta di interventi che metterebbero a rischio la produzione agricola? E cosa è stato fatto in merito e cosa ancora si potrebbe fare?
“Credo che su questo argomento manchi una programmazione. Bisognerebbe innanzitutto capire se abbiamo o meno sufficiente vento per l’installazione delle pale eoliche. Io ho la sensazione che ci sia un po’ in atto una speculazione sul territorio viterbese. Si sta pensando all’installazione di pale alte 250 metri perché andando sempre più in elevati in altezza si possono magari catturare venti che a livello del suolo non ci sono. Sembrerebbe quindi non esserci così tanto vento sufficiente nella Tuscia e allora mi chiedo: perché scegliere proprio il nostro territorio? Altrimenti se siamo in presenza di vento si potrebbe pensare a un’altra soluzione. Si potrebbero fare delle pale più basse, di 15/20 metri di altezza, da mettere intorno ai centri aziendali. Così l’impatto sul territorio sarebbe diverso e ci sono anche tanti fondi del Pnrr che hanno destinazioni di uso in merito.
Quello che chiediamo, e chiederemo, è sicuramente una programmazione e regolamentazione di questa diffusione delle pale. Che non può essere lasciata all’investimento e all’iniziativa del singolo o addirittura della singola grande azienda multinazionale. Perché poi un investimento di questo genere chiede inevitabilmente un ritorno.
Per cui anziché andare avanti così con questo metodo che considero sbagliato, la proposta credo sia quella di creare una diffusione su tutto il territorio di energie rinnovabili che gli agricoltori possono fare benissimo. Ci sono tanti modi con cui noi possiamo produrre energia rinnovabile e nello stesso tempo avere anche un’entrata che non sia per forza correlata alle colture, visto anche le difficoltà che in merito stiamo avendo. Bisogna quindi pensare a una transizione ecologica più diffusa sui piccoli impianti eolici. Ovviamente avviando prima uno studio sui venti. Per procedere senza alterare il paesaggio e magari riuscendo anche a dargli una nota caratteristica con delle pale più basse e meno impattanti. Noi la proposta l’abbiamo fatta durante l’ultima riunione con agricoltori e conduttori di agriturismi e la continueremo a fare. Poi si può procedere anche installando pannelli solari sui tetti dei nostri centri aziendali. E sarebbero tanti gli ettari potenziali da coprire. E magari in determinato zone, dove la terra è sterile, si può anche pensare a piccoli impianti, e non parlo di ettari, con pannelli a terra. Magari vicino ai centri aziendali o nei punti in cui non danno fastidio all’occhio, su terre che tante volte non sono coltivabili. Andrebbe valutato e potrebbe essere fattibile. Potrebbe essere una forma di fotovoltaico senza nessuna conseguenza per il paesaggio e l’azienda agricola”.
Con la pubblicazione della Carta nazionale delle aree idonee a ospitare il deposito delle scorie nucleari sono state individuate 21 aeree in provincia di Viterbo che potrebbero essere destinatarie del provvedimento. C’è quindi una possibilità molto elevata che il territorio della Tuscia venga coinvolto. Se ciò dovesse avvenire cosa significherebbe per il nostro territorio?
“La possibilità che venga scelta la zona della Tuscia purtroppo è elevata. Tra le altre cose sono stati fatti anche dei precisi studi da parte di alcune associazioni ambientaliste, che sosteniamo anche noi in quanto cofondatori di Verde Tuscia, che mettono in evidenza come la Tuscia non sia un territorio idoneo per questo deposito. A noi non sembra che questi 21 siti della provincia di Viterbo rispettino le condizioni richieste dalla stessa Sogin perché geologicamente non siamo in grado di ricevere questi rifiuti per via della presenza di falde acquifere superficiali del terreno molto ampie. Va considerato infatti che se avveleni quella falda di fatto non vai ad inquinare solo la falda presente sotto il deposito nucleare ma una parte molto più ampia del territorio sotterraneo. E poi c’è una cosa fondamentale: questi siti erano stati studiati per ricevere scorie nucleari a bassa e media intensità. In realtà poi all’ultimo momento Sogin ha detto che il sito che verrà scelto dovrà ospitare temporaneamente, ma per una lunga durata, anche quelle ad alta intensità. Quindi in definitiva si sta parlando di rifiuti pericolosi. Se così non fosse, allora perché non scegliere un deposito in un’area idonea già libera, senza spendere soldi per identificare dei territori? Quello che manca è quindi una comunicazione chiara, inequivoca e trasparente. Ci devono spiegare che la provincia di Viterbo è un luogo sicuro per questi rifiuti pericolosi perché effettivamente soddisfa scientificamente tutti i requisiti affinché questi rifiuti non comportino pericolo per chi vive il territorio. Qualche giorno fa anche un gruppo di geologi della provincia di Viterbo è intervenuto spiegando che la Tuscia non è adatta per questioni geologiche.
Un’evidenza conclamata non solo da motivazioni sismiche, ma anche per una conformazione del terreno con la presenza di falde acquifere. Bisogna che da parte Sogin ci sia una comunicazione chiara e trasparente. Noi tempo fa abbiamo prodotto, insieme alle associazioni ambientaliste, delle osservazioni ma di fatto non c’è stata alcuna risposta. Fino ad ora è tutto molto opaco.
Credo che sia necessario agire subito. Un primo fondamentale passo, e che mi auguro possa avvenire al più presto, dovrebbe essere fatto da noi associazioni. Siamo noi che ci dobbiamo muovere a nome di tutti quanti stipulando un documento a firma di tutto il mondo agricolo. Dopodiché abbiamo dei consiglieri regionali attenti al territorio e la regione Lazio deve essere la prima a parlare in modo inequivocabile sull’argomento.
Si è parlato di mobilitazione politica ed è importante portarla avanti per dare voce alle istanze del territorio di fronte a chi ha potere decisorio in merito. Ma bisogna stare attenti perché ci potrebbe anche essere un altro tipo di mobilitazione. Siamo un popolo forte e fiero del proprio territorio e non escludo che la gente voglia scendere in piazza. Spero solo che non si vada incontro a manifestazioni di piazza molto forti. Però mi auguro che venga fatta un’informazione diffusa e chiara su quello che sta avvenendo perché più le cose vengono segregate più mi chiedo il perché di questa scelta. Perché questo è un problema non solo del singolo comune, eventualmente scelto come sito, ma di tutta la provincia. Ci sono conseguenze da valutare su tutto il territorio, sia da un punto di vista della sicurezza sia da un punto di vista economico perché i nostri prodotti potrebbero perdere di valore.
È necessaria quindi una sollecitazione del mondo agricolo sia per il fotovoltaico sia per la questione del deposito nucleare sia per la discarica di Monterazzano. Qui ci sono tre indizi che fanno la prova: evidentemente siamo la terra con non troppi santi in paradiso”.
A preoccupare quindi anche la discarica di Monterazzano …
“Sulla discarica in particolare ognuno deve fare il suo. Non può essere solo la Tuscia il territorio che accoglie tutto. Viterbo si era fatta la sua discarica per la provincia a Monterazzano e adesso non possiamo accogliere i rifiuti di tutta Roma e le altre regioni. Ho consigliato anche alla sindaca di fare delle analisi autonome delle acque sia di falda sia superficiali. Bisogna capire lo stato del terreno sottostante la discarica. Analisi i cui dati potrebbero anche bloccare l’ulteriore arrivo di nuovi rifiuti. E poi pensiamo anche alla potenzialità che ha una discarica di incendiarsi. E con un incendio c’è produzione di diossina che può ricadere su tutti i terreni intorno. E pensiamo a quanto terreno fertile c’è intorno a Monterazzano, con le più belle aziende della provincia di Viterbo. Quanti migliaia di ettari di terra sono potenzialmente in pericolo con questa spada di Damocle che pende sopra le loro teste. Inoltre, una discarica comporta anche delle conseguenze per la qualità dell’aria, con ricadute anche sulla salute. C’è un impatto ambientale fortissimo. Qui ognuno deve fare il suo. Non possiamo essere caricati di servitù. Noi abbiamo esponenti politici che sono eccellenti e spero che siano attenti vigili di quello che sta succedendo in provincia di Viterbo. Spero, che insieme ai movimenti e associazioni, ci si possa far sentire. C’è da lavorare molto, da lottare. Spero solo da un punto di vista dialettico. Siamo purtroppo un territorio che in questo momento subisce, non so per quale ragione, un’aggressione fisica ambientale, con pale eoliche, discarica ampliata per portare rifiuti da fuori e deposito di scorie nucleari”.
Cosa si augura per il 2024?
“Mi auguro di trovare un clima meteorologico più vicino a quello che era un tempo. Spero che almeno nel 2024 le stagioni facciano il loro corso. So che non dipende solo dalla nostra volontà, ma mi auguro che ognuno nel suo piccolo possa fare un qualcosa per ridurre l’emissione di anidride carbonica. Altrimenti il clima sarà sempre più mutevole e la situazione via via più complessa. E soprattutto mi auguro che si riescano a sciogliere e risolvere i nodi di cui abbiamo parlato fino ad adesso. Quindi che magari il deposito di scorie nucleari venga fatto in un territorio realmente adatto per contenerle. Spero inoltre che Roma e gli altri territori del Lazio facciano la loro parte per quanto riguarda la discarica dei rifiuti. E infine mi auguro che magari si possa arrivare a comprendere che la transizione ecologica può essere attuata anche dagli agricoltori, evitando così un forte impatto ambientale sul territorio. Bisognerebbe capire che si può contare su chi realmente vive e ama questa terra”.
Maurizia Marcoaldi
