Il blitz dell’autunno 2019 a Tuscania – Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi
Viterbo – Mafia viterbese, fratelli Rebeshi pronti a ricorrere contro tre anni di sorveglianza speciale a fine pena. Si aggrava la posizione dei fratelli d’origine albanese Ismail e David Rebeshi alla vigilia dell’udienza del 16 gennaio davanti alla corte d’appello di Roma del processo bis per la vicenda dei due imprenditori viterbesi presunte vittime di estorsione con metodo mafioso, per cui il boss è stato assolto in primo grado dal collegio del tribunale di Viterbo, mentre David è stato condannato a cinque anni di reclusione senza l’aggravante richiesta dall’accusa del metodo mafioso, pena che da gennaio 2023 sta scontando agli arresti domiciliari nella sua casa di Viterbo.
Nei giorni scorsi gli uomini della polizia di stato della divisione anticrimine, guidata dal dirigente Fabio Zampaglione, hanno notificato la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza per tre anni a David Rebeshi e a tre anni al fratello Ismail detenuto in regime di carcere duro al 41 bis della casa circondariale di Cuneo.
In pratica, quando avranno finito di scontare le rispettive pene, il boss e il fratello non potranno rincasare dopo le ore 21 e non potranno uscire dall’abitazione prima delle 7, non potranno partecipare a riunioni pubbliche senza il permesso dell’autorità giudiziaria e non potranno frequentare pregiudicati e persone sottoposte a misure di prevenzione e sicurezza.
Il boss di mafia viterbese, intanto, sta scontando al 41 bis una condanna definitiva a 10 anni e 11 mesi per le “imprese” del sodalizio con il boss Giuseppe Trovato che ha messo a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018. Intanto è diventata definitiva anche la condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione per traffico di droga, nell’ambito dell’operazione Sottovuoto.
Pronto a ricorrere in appello contro il provvedimento emesso dal tribunale di Roma-sezione misure di prevenzione su richiesta del questore Fausto Vinci, lo storico difensore Roberto Afeltra.
I giudici del collegio di secondo grado nel frattempo, all’udienza dello scorso 30 novembre, hanno disposto d’ufficio un’ulteriore integrazione istruttoria, con l’acquisizione delle sentenze relative ai protagonisti della vicenda.
Oltre ai due fratelli, furono arrestati e sono stati condannati in via definitiva a 8 anni e 4 mesi con l’abbreviato i tre connazionali complici della coppia, fermati dai carabinieri in flagranza di reato con David Rebeshi a Tuscania il 28 novembre 2019. Ismail sarebbe stato il mandante dal carcere dell’estorsione da circa novemila euro ai danni delle vittime, un ristoratore e un commerciante di auto, soldi che secondo la difesa sarebbero stati dovuti, per pagarsi le spese legali del processo scaturito dall’operazione Erostrato, che sarebbe iniziato di lì a breve, il successivo mese di dicembre, davanti al gup del tribunale di Roma.
Contro il mancato riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso e contro l’assoluzione del boss hanno fatto ricorso i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò della Dda di Roma. Afeltra insiste dal canto suo che, se reato deve esserci, si tratti al più di “esercizio arbitrario delle proprie ragioni” con l’aggravante delle minacce. E chiede anche l’annullamento della prevista espulsione a fine pena di David Rebeshi dall’Italia, dove è sposato e ha una figlia minore.
Lo scorso 15 dicembre il processo d’appello per “mafia viterbese bis” è entrato nel vivo con l’ascolto del ristoratore e della moglie, mentre il16 gennaio sarà ascoltato il commerciante di auto, prima di procedere con la discussione e la camera di consiglio per la sentenza di secondo grado. I pm Tucci e Musarò avevano chiesto che i Rebeshi venissero condannati a 12 anni e mezzo di carcere ciascuno.
Secondo Tucci e Musarò è “evidente il carattere ‘mafioso’ delle condotte dei fratelli David e Ismail Rebeshi” e che Ismail sia stato il mandante dal carcere delle estorsioni con modalità mafiosa ai due imprenditori viterbesi.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
