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“Mentre mi confrontavo alla pari c’era sempre qualcuno pronto a guardarmi con pietà, come se utilizzare una protesi fosse una condanna”

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Chiara Bordi alle Iene

Chiara Bordi alle Iene


Milano – “Atteggiamento discriminatorio e pregiudizialmente svalutativo verso le persone con disabilità”. È la definizione di abilismo, termine poco noto ma che è alla pari di bullismo, classismo, mobbing, omofobia, razzismo, sessismo e xenofobia. Si tratta di una forma di discriminazione volontaria o involontaria nei confronti dei disabili che in Italia viene poco considerata. A metterla sotto i riflettori, nell’ultima puntata delle Iene andata in onda martedì 16 gennaio, è stata Chiara Bordi.

Nata a Tarquinia 23 anni fa, la giovane attrice è la co-protagonista della serie “I fantastici 5” dove, insieme al cast in cui spicca Raoul Bova, racconta le luci e le ombre dello sport paralimpico. L’esordio della serie, composta da otto episodi, è arrivato ieri sera su Canale 5.

Terza al concorso Miss Italia del 2018, da adolescente Chiara Bordi ha avuto un brutto incidente che l’ha portata all’amputazione di una gamba. Da allora ha deciso di combattere con tutte le sue forze proprio contro quell’abilismo che ha portato in prima serata, con uno splendido monologo, davanti a milioni di spettatori.

“Stavo per compiere 13 anni – ha raccontato Chiara Bordi – quando un incidente mi ha portato all’amputazione di una gamba. Qualcuno di voi penserà ‘poverina’ ma vi prego di non farlo. Io ho accettato il mio corpo ma spesso sono stati gli altri a mettermi i bastoni fra le ruote. Quando iniziavo a guardarmi allo specchio con orgoglio arrivava sempre qualcuno che mi diceva: ‘Che bella che sei, nemmeno si vede che hai una protesi’. Come se il fatto che la mia disabilità non si vedesse fosse un complimento.

Mentre mi confrontavo alla pari c’era sempre qualcuno pronto a guardarmi con pietà, come se utilizzare una protesi fosse una condanna e non semplicemente un altro modo di muoversi nel mondo. Poi quando iniziato a recitare, nelle interviste, si finiva sempre a parlare di quello e io mi chiedevo: ‘Ma le mie capacità vengono viste?’. Quando ho raggiunto dei traguardi c’è stato spesso qualcuno pronto a dire: ‘Che brava che sei arrivata fin qui, io al posto tuo mi sarei buttata dal balcone’. Come se avere una disabilità fosse peggio di morire.

Questa violenze hanno nome che si chiama ‘abilismo’ e sebbene sia grave quanto il sessismo, l’omofobia o il razzismo, in pochi lo conoscono e in tantissimi lo incoraggiano. È lo stigma per cui la disabilità, piuttosto che come un aspetto della varietà umana, è vista come un difetto. Tutti lo abbiamo interiorizzato, io compresa, ed è compito di tutti demolirlo. Io credo che ci sia una domanda chiave che può essere utile: ‘Mi comporterei allo stesso modo con una persona non disabile?’. Se la risposta è no, è un problema. Mi chiamo Chiara, e tra le varie caratteristiche che ho, ho anche una protesi e spero stasera di avervi fatto riflettere”.

Samuele Sansonetti


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