Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Su varie piattaforme della politica e della cultura viterbese cominciano ad apparire interventi piuttosto pessimisti sulla possibilità che Viterbo sia nominata capitale europea della cultura per il 2033. Si argomenta che oggi Viterbo non è pronta al cimento; non lo è sul piano dell’offerta di beni culturali che, seppur ricchi, sono gestiti e valorizzati in modo superficiale; non lo è sul piano promozionale, perché Viterbo è ancora città di nicchia che soffre la concorrenza delle città toscane, umbre e persino della vicina Civita di Bagnoregio; non lo è sul piano dell’accoglienza, perché appare disorganizzata, trascurata perfino negli spazi turistici di maggiore afflusso di visitatori, a cominciare da San Pellegrino; e per taluni non lo sarebbe neppure per quel che riguarda le competenze e le professionalità necessarie per gestire un’impresa così complessa.
C’è sicuramente del vero, in più di una di queste osservazioni, ma il problema probabilmente va affrontato in una visione più ampia, e anche politica.
Intanto la data, 2033 (ma la candidatura italiana va formalizzata nel 2030): che sarà pure, come si dice, dietro l’angolo, ma ci attendono tra i sei e i nove anni i di programmazione, di prove e di possibili errori. Il che significa, peraltro, che taluni attori di questo slancio progettuale potrebbero non essere in grado, sia per motivi anagrafici che per motivi istituzionali, di partecipare alla conclusione del cimento, semmai soltanto di avviarlo. In questo pur non lungo lasso di tempo insomma, potrebbe esserci un ricambio generazionale e politico degli attori che non va sottovalutato, e che potrebbe correre di pari passo con il susseguirsi di quegli eventi sempre più imprevedibili che caratterizzano la nostra epoca, non a caso definita “incertocene”. Insomma, l’idea potrebbe essere quella di definire “ora” il modello, per vincolarne prudentemente lo sviluppo; ma allo stesso tempo tenerlo flessibile ove si verificassero modifiche negli scenari locali, nazionali e internazionali.
Il secondo problema è il gradimento della candidatura di Viterbo. Torino si candida esplicitamente per il 2033; e a leggere le parole con cui lo fa l’assessora alla cultura di quella città – “Siamo già capitale europea della cultura in generale e dell’arte contemporanea in particolare, culla di tante correnti che oggi si coniugano con grandi musei e con le residenze sabaude… Innanzitutto vogliamo convincere il Sistema Italia affinché la nostra sia l’unica candidatura nazionale. Roma sa che siamo fermamente intenzionati a giocarci questa partita, sicuramente il ministero ci sosterrà” – c’è poco da stare allegri.
Roma ci appoggerebbe? Il ministero ci appoggerebbe? Nel Lazio la regione non sembra preoccupata più di tanto di sostenere Viterbo, verso cui convoglia per lo più immondizie: e non ha sostenuto più di tanto la nostra città né per l’aeroporto, né per la circolazione ferroviaria, né per quella stradale; mentre lo stato ha messo gli occhi sulla Tuscia per lo stoccaggio di rifiuti radioattivi. Viterbo non è una città toscana, si diceva, che condivide un unico sentimento con il resto della regione, della cui cultura è stato fatto un marchio unitario.
Fino agli anni Novanta, Viterbo veniva definita nelle enciclopedie come un “ridente paese agricolo di origine medievale”, insomma poco più che un anonimo paesotto, e se ne ricordava a fatica l’essere stata sede papale. Alla faccia perfino dell’università, che fin dall’inizio è sembrata una torre d’avorio autoreferenziale e separata, più che un organismo in grado di conferire autorevolezza culturale alla città.
Viterbo città d’arte e cultura; si ripete questo mantra da un paio di decenni e qualcuno aggiunge “città termale”. Uhm…
Tanto per dire: la città possiede una rarissima cinta muraria duecentesca lunga quattro chilometri, pressoché integra, che vale molto più di quella specie di terrapieno rinascimentale che sono le mura di Lucca, delle strutture piuttosto recenti della fortezza di Palmanova, di quel recinto murario di meno di 600 metri che è Monteriggioni, e se la gioca semmai con le mura medievali di Cittadella (dotate ancora del cammino di ronda, ma lunghe solo un chilometro e mezzo). Eppure, se si leggono le guide turistiche per eccellenza, le città “murate” italiane sono queste, non Viterbo. D’altronde la città ancora sopporta la presenza a piè di mura di un grandioso e benemerito Molino, senza che alcuna amministrazione abbia pensato di offrire al proprietario un terreno altrove e ben più vicino alle vie di comunicazione commerciali. Peraltro, tra gli anni sessanta e gli anni duemila, il patrimonio storico monumentale di Viterbo ha subito tanti di quelli schiaffi – l’elenco sarebbe lungo – che non ci si può sorprendere di nulla, ma neppure pretendere troppa credibilità. Di chi la colpa? Dicono: dei politici. Sarà pur vero, ma è troppo facile accusare i politici, che poi in un sistema democratico non saltano su dal nulla, ma qualcuno li vota, li interpella, li santifica, e li usa…
Ma proprio con riguardo alla politica: quanti santi in paradiso ha Viterbo?. Perché, sia chiaro, senza questo tipo di santi protettori non si va da nessun parte; anche la bella Cenerentola, senza la fata, avrebbe continuato a languire in soffitta… Matera è divenuta capitale europea della cultura, forse al di là dei suoi pur indiscutibili meriti, perché è città del sud, di una regione un po’ trascurata, e soprattutto perché godeva di alta considerazione in quei salotti buoni della cultura che conta, dove si citano spesso Pasolini, De Martino, Dolci e Carlo Levi e si celebra il riscatto sociale di un mezzogiorno troppo a lungo emarginato e per di più bruttato dalla criminalità organizzata.
Un quadro troppo pessimista quello che qui si disegna? Allora permettetemi di sintetizzare le considerazioni che ho ricevuto da alcuni turisti scesi a Viterbo, italiani e stranieri, gran parte dei quali afferenti a istituzioni di alto livello culturale (università, stampa, televisione, cinema, editoria, letteratura, imprenditorialità nel terziario avanzato): “Viterbo è una splendida città… avrebbe tanti elementi di attrazione, storici, culturali, monumentali, ambientali, enogastronomici… e poi le Terme, e il suo ricchissimo territorio… ma sembra abbandonata a sé stessa, trascurata dai suoi abitanti, disorganizzata, un po’ sporca e promossa poco e male nei circuiti più importanti del turismo e della cultura”.
Certo, ogni amministrazione ha cercato di fare qualcosa; qualcuna ha persino tentato anni addietro, magari anche un po’ velleitariamente, di ottenere per la città il titolo di capitale della cultura italiana. L’ amministrazione attuale sembra voler puntare ancora più in alto.
Ma lo stato delle cose oggi ci dice che non c’è neppure una consonanza di intenti, lo spazio per una pax olimpica nella quale le guerre personali, di fazione e di partito vengano sospese o lasciate fuori.
Ma senza pax olimpica e collaborazione non si va lontano. E anche questo non depone a favore della candidatura di Viterbo a capitale europea della cultura. Sarebbe necessario che tutte le energie e le risorse della cultura e della politica cittadine venissero a convergere in un progetto che non sia “di x” o “di y” e né “per x” o “per y”, semmai “con” e “per” i cittadini. E soprattutto che, accanto a quelle risorse culturali viterbesi che hanno saputo accedere ad un sapere specialistico e di alto valore scientifico e professionale, si affiancassero quei protagonisti della cultura nazionale e internazionale – università, creativi, opinion leader, esperti, influencer, manager e promoter della comunicazione – che possono offrire itinerari vincenti uscendo da quei modelli ripetitivi e di piccolo cabotaggio che, per Viterbo, continuano da decenni a propinare sempre gli stessi risentiti tormentoni, per lo più recitati ad orecchio. Etoiles, non ballerini di terza fila o saltimbanchi della cultura…
Sia chiaro: per “battere” un concorrente come Torino bisogna inventarsi il modo di vendere frigoriferi in Groenlandia. Sperando che qualcuno a Viterbo non cerchi di convincere i groenlandesi che è una spesa inutile, solo perché l’idea non l’ha avuta lui.…
Siamo ancora in tempo per cambiare; con un cura da cavallo, s’intende. Ma domani è tardi e dopodomani avremo perso. Tutti: il programmatore, il sognatore, l’esperto, il critico, il bastian contrario e l’ostruzionista; e, soprattutto, il cittadino viterbese.
Francesco Mattioli
