Un distributore Ewa a Viterbo
Viterbo – Benzinai sfruttati alle pompe low-cost, una vittima: “Lavoravo 12 ore al giorno, per 850 euro”. Nel vivo con l’audizione delle prime parti offese il processo agli imprenditori campani Vincenzo e Charles Salvatore Maria Salzillo, contro i quali l’accusa puù contare su un numero record di 23 testimoni.
Si è parlato in particolare dei turni di lavoro massacranti e della famosa chat Whatsapp sulla quale dovevano essere inviate le foto che provavano la presenza al lavoro dei benzinai al “presidente”.
Il 18 giugno 2021 gli imputati, padre e figlio casertani di 66 e 31 anni, accusati di sfruttamento grave dei lavoratori, finirono agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Petrol Station”. Indagati dal pm Massimiliano Siddi per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto ‘caporalato”. La prima udienza del giudizio immediato si è tenuta il 4 novembre 2021, ma solo ieri è stato possibile sentire i primi testi della procura.
“Ho lavorato alla Ewa per quattro anni, 12 ore al giorno, 7 giorni su 7, festivi compresi, per 850 euro al mese”, ha detto un trentenne senegalese che nel frattempo ha imparato l’italiano e non ha avuto bisogno dell’interprete. “Ho iniziato a ottobre 2019 e me ne sono andato a ottobre 2023, dopo che per due mesi non mi era stato pagato lo stipendio”, ha spiegato.
Tra le 12 vittime su 18 che si sono costituite parte civile, la maggior parte con l’avvocato Carlo Mezzetti, figura un solo italiano, mentre gli altri lavoratori sono tutti cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, assunti nei distributori della catena Ewa, secondo l’accusa con contratti part time, ma costretti a lavorare di fatto fino a 12 ore al giorno, per 3 euro l’ora.
Il trentenne senegalese ha lavorato al distributore sulla circonvallazione Almirante e a quello delle Pietrare vicino la questura: “Facevo le pulizie, aiutavo i clienti e mandavo le foto sulla chat del presidente. Per qualunque problema facevo riferimento al presidente, sempre tramite la chat. I Salzillo venivano a controllare un paio di volte al mese”.
Lo stesso ha detto un altro ex dipendente, che ha interrotto i rapporti di lavoro dopo un mese di stipendio dimezzato ovvero 400 euro e altri tre mesi senza vedere un soldo. Ha però aggiunto che nei tre distributori dove lui ha lavorato, tra cui uno a Montefiascone e un altro sulla superstrada, c’era un “coordinatore”. Lui non sarebbe mai riuscito a prendere un giorno di ferie, anche se la difesa gli ha fatto notare che ai carabinieri aveva detto di non averle mai chieste. “Dovevamo mandare sul gruppo le foto mentre eravamo al lavoro, più volte al giorno. Se non le inviavo non lavoravo, per cui le inviavo”, ha spiegato in inglese, con la traduzione di un interprete.
L’avvocato di parte civile Carlo Mezzetti
Costretti a turni massacranti. Tutti immigrati e quasi tutti originari dell’Africa subsahariana. Sono i 18 dipendenti che sarebbero stati costretti a condizioni di vita e di lavoro disumane dai due gestori degli otto impianti di carburante Ewa arrestati con l’accusa di caporalato. Costretti a turni massacranti, lavoravano fino a 12 ore al giorno per tre euro l’ora. I gestori avrebbero fatto leva sulla solita minaccia: “O così o ti licenzio”. E pur di non perdere il posto i benzinai avrebbero accettato anche di alloggiare nei gabbiotti dei distributori.
Reclutati fuori dei supermercati. Al fascicolo dell’inchiesta sono allegate anche numerose fotografie che immortalano i dipendenti alla stazione di servizio anche di notte, o fissi alla pompa di benzina per ore e ore al giorno, nonostante contratti di lavoro part time da 25 o 40 ore. Secondo l’accusa, i lavoratori, tutti in regola col permesso di soggiorno, venivano reclutati tramite passaparola oppure fuori dei negozi e supermercati dove chiedevano l’elemosina. Pagati anche meno di tre euro all’ora.
Il processo riprenderà a dicembre.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

