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Viterbo – (sil.co.) – Dovrà “scontare” 1094 ore di lavori di pubblica utilità per la croce rossa al posto di un anno e mezzo di carcere. È l’imprenditore del capoluogo finito a processo per bancarotta dopo che il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato disse “no” alla sua richiesta di aiuto.
Imputato l’imprenditore che a fine 2017 si sarebbe “sottomesso” al sodalizio italo-albanese, parlando del quale Trovato disse “gli abbiamo fatto capire che non siamo minchioni, che qui comandiamo noi”, dopo che era andato da lui per “trattare”, in seguito agli attentati incendiari contro il compro oro della figlia.
Il boss gli chiese e ottenne omertà e la riduzione degli orari di apertura dell’attività. In questo contesto l’imprenditore gli avrebbe chiesto di aiutarlo a recuperare i suoi crediti, in cambio della metà. Finì in un nulla di fatto. L’affare non sarebbe andato in porto per via di una presunta truffa dell’imprenditore ai danni di un amico gioielliere del calabrese, all’epoca a capo con Ismail Rebeshi del gruppo criminale di stampo mafioso che stava mettendo a ferro e fuoco Viterbo.
L’imputato a quei tempi avrebbe in effetti vantato crediti per mezzo milione di euro dai suoi clienti. Somma che non sarebbe mai riuscito a riscuotere, motivo per cui fu costretto a dichiarare il fallimento della sua azienda. Fallimento per il quale è finito sotto processo davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi, che lo scorso 23 gennaio lo ha assolto dall’accusa di bancarotta per distrazione, ma condannato a un anno e mezzo di reclusione per reati tributari relativi agli anni dal 2016 al 2019.
Il difensore, dopo la lettura della sentenza, ha chiesto la conversione della condanna nella pena sostitutiva dei lavori di pubblica utilità che, se accordati, prevedono la sospensione del processo e in caso di esito positivo l’estinzione del reato.
Martedì scorso è stato definito il programma, che per l’appunto prevede 1094 ore di lavori di pubblica utilità, due ore per ogni giorno di pena, presso la croce rossa italiana di Reggio Emilia, non appena la sentenza sarà passata in giudicato, con ritiro e sospensione del passaporto.
– Chiese aiuto al boss Giuseppe Trovato che gli disse “no”, imprenditore a processo per bancarotta
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
