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“Il disagio dei giovani è il frutto del loro scarsissimo peso nella società”

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Stefano Scatena

Stefano Scatena

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Per comprendere i giovani e i comportamenti in apparenza inspiegabili della generazione Z, dobbiamo riflettere sullo specifico contesto di appartenenza. Scrivo questo articolo e lo consegno a Tusciaweb per stimolare un dibattito nella speranza di dare una chiave di lettura ai tanti genitori preoccupati che mi scrivono e si rivolgono disperati a noi psicoterapeuti o alle istituzioni.

Innanzitutto: i “giovani” così come li abbiamo sempre intesi almeno in Italia (ma vale per molti paesi della civiltà occidentale) non esistono più.

Perché non esistono più? Perché un giovane, categoria millenaria da non confondere con il teenager dell’epoca consumistica dal dopoguerra in poi, conosce solo ed esclusivamente il presente.

Non consapevolizza il concetto di morte. Il vero “giovane” sogna un futuro ideale, egoistico, grandioso. È violento: non ha imparato l’arte della diplomazia nelle relazioni, nella società.

Semplicemente perché il suo lobo frontale non è pienamente sviluppato, e inoltre perché in genere non è ancora andato a sbattere frontalmente con esperienze di vita più mature che gli hanno insegnato, a caro prezzo, a frenarsi e a ragionare sulle conseguenze del suo comportamento.

E badate bene: questo vale per tutti i mammiferi, quali noi siamo. Ora questa categoria nel nostro paese – il più vecchio del mondo come età anagrafica – è sparuta. È la minoranza della minoranza, come l’ha chiamata il geopolitico Dario Fabbri.

Dove sono i giovani? Vanno a scuola, tornano a casa e entrano sostanzialmente in internet. Passano il tempo – forzatamente – con gli adulti. Spesso, con i nonni: due generazioni prima.

Non possono fare altro che piegarsi, pochi quanti sono, alle vedute, alla visione del mondo delle generazioni precedenti. Pensare come gli adulti, assorbire per osmòsi la concezione di persone vecchie.

Uomini e donne che non vogliono rivoluzioni, vogliono solo starsene in pace e godere di quello che ci rimane e che non avremo più (appunto perché non ci saranno nuovi adulti). Completamente diverso in Africa, in Iran, in India, in Brasile: paesi dove i giovani sono la stragrande maggioranza. E noi occidentali non possiamo neanche lontanamente comprendere le scelte di paesi con il 70% di generazione Z.

Lì i giovani sbagliano, fanno le rivoluzioni, fanno le guerre. Perché appunto, non hanno la consapevolezza della morte. E non vogliono vivere come noi, sia chiaro. Siamo noi occidentali a pensare che il fine ultimo della storia sia vivere come viviamo noi: lavoro a tempo indeterminato, serata con serie Tv americane, aspettando – cito Max Pezzali – il Weekend.

E allora ecco una chiave di lettura per la depressione, per il grave disagio psicologico dei nostri pochissimi “giovani”.

Il futuro è nebbioso, è una minaccia, è già scritto, è fosco, è intollerabile. Ma non può essere costruito un altro, perché un futuro diverso, per quanto pieno di errori, può essere realizzato solo insieme tra loro, solo se sono tanti.

Come nasce la motivazione, come si realizza un sogno, se si è in pochi? Faccio un esempio: come si può pensare di realizzare un parco giochi per la nostra comunità, se a lottare per esso è un gruppo sparuto di genitori con 3 figli, che si contano sulle dita di una mano? In una società di vecchi, verrà portato avanti sempre e comunque il concetto di Status Quo.

Il disagio giovanile è quindi anche il frutto del loro scarsissimo peso nella società, bambini e ragazzi protetti, chiusi in una cupola di vetro da genitori troppo spesso apprensivi e poco inclini a fidarsi della naturale spinta all’autonomia dell’adolescente.

Dott.Stefano Scatena
Psicologo e Psicoterapeuta


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