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Minacciò di morte un carabiniere che stava indagando sul sodalizio, chiesta condanna boss Rebeshi

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Viterbo – “Se il messicano ce l’ha con me, con 300 euro compro una pistola, scopro dove abita ed è fatta… devo lasciare qualche bambino senza padre”. E ancora: “Ai festini con le donne da Cesare si beve e si pippa… ci sono pure esponenti delle forze dell’ordine, sono loro che mi passano informazioni sul messicano”, avrebbe detto ai colleghi della compagnia di Viterbo il boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi mentre diffamava e minacciava di morte il maresciallo conosciuto tra i colleghi come il “messicano”. 


Ismail Rebeshi

Il boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi


Chiesta la condanna. Per le minacce al carabiniere che stava indagando sul suo conto, Rebeshi rischia una ulteriore condanna a dieci mesi di reclusione, in continuazione col reato di diffamazione. È la pena chiesta ieri dalla procura per il 41enne albanese, ai vertici con il boss Giuseppe Trovato del sodalizio sgominato con i tredici arresti del 25 gennaio 2019, da cui sono scaturite otto condanne definitive per associazione di stampo mafioso, per avere messo a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018.

“Messicano” parte civile. Rebeshi, difeso dall’avvocato Roberto Afeltra, che lo assiste da oltre venti anni, era presente al processo davanti al giudice Roberto Cappelli in collegamento video dal carcere di Cuneo, dove è detenuto al 41 bis. Per il carabiniere, che si è costituito parte civile con l’avvocato Remigio Sicilia, era presente il collega Edoardo Maria Manni. 

Minacce di morte. Minacce gravi quelle rivolte da Rebeshi non direttamente alla vittima, come ha fatto notare l’accusa, ma ai suoi colleghi carabinieri nell’agosto 2017. Chiare minacce di morte, con la raccomandazione di “riferire” al maresciallo della compagnia dei carabinieri di Viterbo, colpevole, a suo dire, di avergli puntato una pistola alla testa e di avergli bruciato due camion Iveco nel piazzale della sua rivendita di auto sulla Cassia Nord la notte tra il 19 e il 20 agosto 2017. Motivo per cui deve rispondere anche di diffamazione. 

Rebeshi voleva stoppare le indagini. “Guarda che io al messicano gli sparo, diglielo”, disse il boss davanti a numerosi testimoni. “Il militare, che sapeva con chi aveva a che fare, come hanno dimostrato le condanne in giudicato per associazione mafiosa, ha temuto per la sua incolumità quando ha sentito della pistola con cui avrebbe reso i suoi figli orfani – ha sottolineato il difensore di parte civile Edoardo Maria Manni – Rebeshi chiese espressamente ai carabinieri presenti di dire al messicano di smettere di indagare e di intercettarlo, facendo riferimento alle cene da Cesare. Non ci sono dubbi minacce in grado di spaventare la parte offesa che stava effettivamente svolgendo indagini su delega della procura”.

Carabiniere diffamato. E ancora. “Rebeshi ha detto del carabiniere ‘non capisco se vuole fare il poliziotto o il delinquente’, sostenendo di averlo visto incendiare i suoi camion dalle telecamere della videosorveglianza. Tutto ciò, non dimentichiamo, parlando di un militare che ha svolto una delle indagini più importanti mai fatte a Viterbo”, ha concluso Manni. 


Roberto Afeltra

Il difensore Roberto Afeltra


Per Afeltra “una piccola cosa che fra sette mesi e mezzo cade in prescrizione”, ma importante perché dai fatti avvenuti durante l’estate del 2017 sarebbe scaturito tutto, compreso il famoso filone di indagine parallelo, risalente sempre al 2017, legato a un maxitraffico di droga con una settantina di capi d’imputazione, il cui 415 bis è stato recapitato solo l’anno scorso agli imputati, ancora in attesa della fissazione dell’udienza.

Il legale è inoltre tornato sulle tre presunte denunce per furti e incendi presentate da Rebeshi sulle quali non sarebbero mai state svolte indagini e sulla “bontà” del suo assistito, “imprenditore serio, che ha sempre pagato le tasse e non ha mai mandato avanti un prestanome, mettendoci sempre la faccia”. Quindi tutte le doglianze sulla “contestazione a catena”, sull’asse Cagliari-Viterbo, operazioni Ichnos e Erostrato, “altrimenti Ismail sarebbe libero”.

Ultimo ma non ultimo. Il legale romano, chiedendo l’assoluzione perché il fatto non sussiste o perché il fatto non costituisce reato, ha sottolineato: “La minaccia per essere tale deve essere fatta direttamente alla parte offesa, se riferita non è un reato punibile”,

Silvana Cortignani


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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