Sutri – (sil.co.) – Sfrattato dalla bella villa di famiglia di Sutri, in seguito a controversie sull’eredità, nove anni fa è stato accusato da due cugini di avere praticato un buco nel muro del garage, rimasto a sua disposizione assieme al giardino, per entrare in casa e impossessarsi di arredi preziosi, tappeti e argenteria dei facoltosi predecessori, di cui i parenti rivendicavano la proprietà per successione. Era il 2013 e il processo in cui l’uomo è finito imputato di furto con scasso in concorso con la madre si è concluso mercoledì davanti al giudice Jacopo Rocchi.
Viterbo – Un’aula del tribunale
Unico nobile in famiglia. “Il mio assistito – ha sottolineato il difensore Maria Cristina Pepe – è l’unico in famiglia a potersi fregiare del titolo nobiliare, non i due cugini che lo hanno denunciato e si sono costituiti parte civile accusandolo di avere rubato nella villa dove è vissuto con la madre fino allo sfratto. Gli fanno guerra da due generazioni”.
Le volontà del nonno. L’imputato, ascoltato prima della sentenza, ha parlato del testamento e della volontà del nonno di lasciare a lui e alla madre parte dei beni che è stato accusato di avere rubato: “Altri beni erano invece di proprietà della mia famiglia, acquistati nel tempo, da mio padre in particolare, tra cui una statua, tappeti e argenteria, comprati in negozi della capitale i cui titolari hanno confermato”.
Pappagalli e cani. “Madre e figlio avevano moltissimi animali, li tenevano in casa, in quanto allevavano uccelli e cani, per cui a loro restarono il giardino e il garage. Dopo lo sfratto, si sono limitati a sgomberare la villa delle cose di loro proprietà”, ha spiegato l’avvocato Pepe. Gli imputati avrebbero convissuto con un centinaio di pappagalli e una ventina di cani. “Il mio assistito è stato messo nelle condizioni di non potere provvedere ai suoi animali, si è trovato in grosse difficoltà economiche, sempre nel 2013 sono intervenuti perfino i volontari di un’associazione animalista e ha dovuto subire un processo per maltrattamenti”, ha concluso la legale chiedendo l’assoluzione dall’accusa di furto aggravato.
Esercizio arbitrario ragioni. La stessa pm ha chiesto l’assoluzione di furto aggravato, con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, avendo la difesa prodotto le prove documentali che parte dei presunti beni rubati erano di proprietà e altri posseduti in seguito a successione. Il giudice Rocchi, riqualificato il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza sulle cose, ha disposto il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, disponendo la restituzione agli imputati dei beni sequestrati.
Il processo per maltrattamenti animali. Un allevatore di uccelli – testimone della difesa al processo per presunti maltrattamenti sugli animali finito in prescrizione – all’udienza dell’8 marzo 2019 davanti al giudice Giacomo Autizi disse: “Sono entrato diverse volte in casa del mio collega che allevava pappagalli, uccelli da riproduzione, per cui dovevano stare bene, era suo interesse che fossero in buone condizioni di salute. E lo erano. Nè al buio, né in troppa luce, perché l’ideale è la penombra. Nutriti e accuditi”. E ancora: “I cani erano come tutti i cani, facevano canizza quando arrivavo, poi mi facevano le feste quando mi riconoscevano. Non erano malnutriti, né avevano lesioni. Avevano a disposizione un ampio giardino e avevano dei locali dedicati a loro in casa, se fuori era troppo caldo, troppo freddo, tirava vento o pioveva. Sicuramente microchippati”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
