Viterbo – La sera del 5 maggio 1972, l’aereo di linea dell’Alitalia un Douglas DC-8-43 volo AZ 112 partito dall’aeroporto di Roma-Fiumicino e diretto all’aeroporto di Palermo-Punta Raisi, volo speciale previsto in concomitanza delle elezioni politiche, si schiantò in fase di atterraggio contro la Montagna Longa tra il territorio di Cinisi e il territorio di Carini, in provincia di Palermo, nei pressi dell’aeroporto di Palermo-Punta Raisi. Tutte le persone a bordo – 108 passeggeri e 7 membri dell’equipaggio – rimasero uccisi.
Palermo – Lo schianto del volo Alitalia Flight 112 contro Montagna Longa
“In tale occasione – ricordano i parenti dei due piloti morti – persero la vita, tra gli altri, il sostituto procuratore generale di Palermo, Ignazio Alcamo; la segretaria di redazione dell’Ora e Paese Sera, Angela Fais, il comandante della Guardia di finanza di Palermo, Antonio Fontanelli; il regista Franco Indovina (che all’epoca raccoglieva elementi per un film su Enrico Mattei, l’ex medico di Salvatore Giuliano. La strage lasciò 98 orfani e 50 vedove.
Il ministero dei trasporti con decreto del 12 giugno 1972 dell’allora ministro Oscar Luigi Scalfaro istituì una commissione di inchiesta, presieduta dal generale Francesco Lino, che concluse i suoi lavori in sole due settimane. Nella relazione si indicò che la responsabilità era da attribuirsi ai piloti.
I risultati di questo lavoro, tuttavia, vennero messi un dubbio dalle sentenze emesse dal tribunale e dalla Corte di appello di Catania nel procedimento penale nei confronti di Giovanni Carignano, Luigi Sodini e Arcangelo Paoletti imputati in relazione alla carenza di adeguata illuminazione elettrica della pista aereoportuale.
In particolare nella sentenza di primo grado si sottolineava che: “…il mancato funzionamento del registratore di volo (flight recorder) ha privato gli inquirenti dell’unico mezzo veramente attendibile per la ricostruzione dell’ultima fase del volo… ogni congettura è confinata nel campo delle ipotesi, ognuna teoricamente possibile, nessuna però dimostrabile con certezza””.
Nel corso degli anni i familiari delle vittime avevano tentato inutilmente di far riaprire le indagini. L’ultima istanza era stata respinta in data 24 dicembre 2020 dalla procura della Repubblica di Catania nonostante l’allegazione di una consulenza tecnica redatta dal prof. Rosario Marretta, che ipotizzava la presenza di esplosivo a bordo del DC 8. Della vicenda si era anche occupata la commissione parlamentare antimafia.
Il pilota Bruno Dini
Sempre i parenti dei piloti ricordano: “In particolare il giudice Guido Salvini aveva affermato che: “La ricostruzione secondo cui Montagna Longa sarebbe stata causata da un attentato si integra molto bene con il contesto degli eventi politico-eversivi della Sicilia di quegli anni. Penso alla partecipazione della mafia al golpe Borghese, agli attentati contro il quotidiano L’Ora di Palermo e ai campi paramilitari organizzati da Pierluigi Concutelli, ai sequestri di persona in Sicilia degli anni successivi riconducibili, come si legge nel rapporto del 1977 del vicequestore Peri, ad una comunestrategia tra mafiosi ed estremisti di destra”.
Il pilota Bruno Dini
Proprio partendo da questi presupposti Alessandra Dini, figlia del secondo pilota Bruno Dini, che all’epoca del disastro aveva poco più di due anni e Roberto De Re, nipote di Roberto Bartoli, primo pilota, hanno deciso di far piena luce su quanto avvenuto il 5 maggio 1972 affidandosi all’avvocato Stefano Maccioni, che già in precedenza si era occupato della riapertura di procedimenti giudiziari particolari come quello relativo all’omicidio di Pier Paolo Pasolini.


