Viterbo – Dopo che, con l’offensiva finale degli anglo americani ai tedeschi, venne il 25 aprile 1945, al capo del governo inglese, Winston Churchill, non tornavano i conti osservando come fino a quella data c’erano in Italia 45 milioni di fascisti, dal giorno dopo altrettanti antifascisti e dai censimenti non risultavano 90 milioni di italiani.
Era per esempio accaduto che tra i professori universitari, solo una decina avevano rifiutato di giurare fedeltà al regime, ma poi gli stessi che avevano scritto per le riviste fasciste, dipinto e scolpito nelle mostre littorie e perfino spiegato le teorie sull’igiene razziale, passarono in tutta naturalezza tra le file del cosiddetto pensiero democratico.
Perché non avrebbero dovuto farlo?, ironizza l’ambasciatore Sergio Romano: “Erano piaciuti all’Italia fascista, sarebbero piaciuti all’Italia antifascista”.
Dopo il 25 aprile, per molti, troppi, si trattò, infatti, di cambiare rito ma sempre servendo messa. Prima, nella religione che con la benedizione del saluto romano imponeva il battesimo fascista a tutti, volenti o meno. Dopo, in quella della Resistenza votata alla missione di purificare il popolo restaurando giustamente i valori della libertà e della democrazia calpestati dal fu regime. D’altronde, osservava Georges Bernard Shaw, l’arte di governare non consiste nella organizzazione della idolatria?
La democrazia, però, mal sopporta una tale modalità, nonostante essa sia la migliore sol perché peggiori sono gli altri assetti politici già sperimentati e seppure oggi, a settantanove anni dalla Liberazione, ci ritroviamo organizzati con partiti leaderistici cui la capolatria giustifica perfino l’immagine dei segretari sui manifesti ed i santini elettorali, foriere, sperano, di un nuovo miracolo, quello della moltiplicazione dei voti.
Si tratta di materia da maneggiare con delicatezza e certe manifestazioni ripetute anche in questo 25 aprile non possono non ricordarci che – scrisse lo storico Giordano Bruno Guerri – se è vero che non può esistere democrazia senza antifascismo, succede che essere antifascisti non è sempre sinonimo di democrazia.
Come dimostra il perdurante ostracismo verso le rappresentanze degli ebrei che furono i più colpiti dal fascismo e fecero anche loro e a maggior ragione la resistenza. Questo, purtroppo, in presenza di un antisionismo ruvidamente strisciante che del regime nazifascista fu terribile dogma e oggi sembra trovare fertile terreno di coltura addirittura nei templi del libero e perciò democratico pensiero, le università. E non solo le nostre.
Renzo Trappolini
