Viterbo – Assume come “cavallaro” un ex detenuto cui è stata concessa la libertà vigilata dopo oltre trenta anni di carcere. Finisce che lui minaccia di morte l’allevatrice, finisce di nuovo in carcere e viene condannato a due anni di reclusione per stalking.
La vittima sarebbe stata più volte minacciata di morte – Foto di repertorio
Ottenuta dopo oltre 30 anni di carcere la libertà vigilata presso un’azienda agricola della bassa Tuscia specializzata nell’allevamento di cavalli, grazie a un progetto caldeggiato dal tribunale di sorveglianza di Napoli e da un sacerdote della casa lavoro di Aversa dove era ristretto, dopo appena quindici mesi il 26 agosto 2023 è stato arrestato ed è finito di nuovo in carcere in seguito alla denuncia per stalking della titolare che avrebbe minacciato più volte di morte, arrivando quel giorno di otto mesi fa a brandire contro di lei un martello.
Ieri è stato condannato a due anni di reclusione e a un risarcimento di 12mila euro a favore della parte offesa, che si è costituita parte civile al processo col giudizio immediato. L’accusa aveva chiesto una pena di un anno e mezzo.
Imputato davanti al giudice Jacopo Rocchi del tribunale di Viterbo un detenuto di 62 anni che, dopo essere stato recluso in diverse carceri speciali, da novembre del 2021 al 27 agosto 2023 è vissuto in una roulotte, con le mansioni di “cavallaro”, presso un’azienda viterbese, la cui titolare era stata invitata ad aderire al progetto da un’amica impegnata in un’associazione per il recupero dei detenuti.
“Dopo oltre trent’anni di carcere, io pensavo di rifarmi una vita. Pensavo di mettere maiali, mucche, pecore, invece mi sono trovato a dover gestire dei cavalli, animali di cui non sapevo niente. Ma stavo imparando”, ha detto il 62enne durante l’interrogatorio che ha preceduto la discussione. “Io avevo capito che mi sarebbe stato dato un pezzo di terra, invece mi è stato dato un pezzetto di orto, per 20-30 piante di pomodori. Un orto familiare, non certo per rifarmi una vita, anche se vendevo qualcosina. Ho messo galline e conigli, ma la signora non voleva che nella sua proprietà venissero uccisi animali. Che agro-alimentare era?”, ha proseguito.
“Non avevo neanche il bagno, usavo quello delle scuderie. Ma era senza doccia e per lavarmi dovevo usare le bottiglie di acqua oppure il tubo, anche d’inverno. Ciononostante fino a aprile dell’anno scorso i rapporti erano abbastanza buoni, tanto che preparavo io il pranzo e la cena per entrambi”.
La situazione sarebbe precipitata quando è venuto a trovarlo a sorpresa il nipote che non vedeva da 35 anni: “Mi ha portato come regalo della carne, allora ho preparato il barbecue pensando di fare festa, ma la signora è andata su tutte le furie”. Sarebbe stato lo stesso imputato a chiamare più volte i carabinieri, chiedendo loro di riportarlo alla casa lavoro di Aversa: “Anche l’assistente sociale Uepe, quando è venuta, ha detto che non c’erano le condizioni per la libertà vigilata”.
Da quel momento, secondo l’accusa, sarebbe diventato sempre più insofferente e aggressivo. E la sua condotta sarebbe stata caratterizzata da una escalation di violenza, avendo anche il vizio di bere e ubriacarsi.
“La verità è che lei non si fidava che mi occupassi dei cavalli, mi ha accusato di averne fatto morire uno per on avergli dato da bere, mi ha accusato di averne fatto scappare un altro. Io invece amo gli animali, e anche se prima mi intendevo solo di mucche, stavo imparando a gestirli e gli volevo bene”.
Però, per sua stessa ammissione, avrebbe minacciato di morte l’imprenditrice, con frasi tipo “ti ammazzo”, “ti strappo il cuore”. “sono cattivo, possono venire anche dieci carabinieri, ti ammazzo lo stesso”, “sono un kamikaze”, “ho conoscenze in ambienti criminali”. “Per forza – ha replicato il 62enne – sto in carcere da quasi quarant’anni, è ovvio che io conosca solo criminali”,
Il 26 agosto dell’anno scorso l’imputato avrebbe brandito un martello, durante una discussione perché era scappato un cavallo: “Non era per minacciarla, lo avevo in mano per andare a battere tre chiodi pericolosi che spuntavano nel box dove stava una puledra da corsa”.
Dopo la lettura del dispositivo di condanna a due anni e a un risarcimento di 12mila euro alla vittima in primo grado, la difesa, che aveva chiesto l’assoluzione con formula piena, ha chiesto un alleggerimento della misura di custodia cautelare in carcere con la concessione degli arresti domiciliari presso l’associazione Capitano Ultimo, cui si sono detti contrari sia la pm che la parte civile. Il giudice si è riservato.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
