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Bassano Romano – (sil.co.) – Sono passati dieci anni dalla morte dell’artigiano Bartolomeo Torricelli. La vittima, un muratore che aveva 75 anni il 30 aprile 2014, quando è avvenuto l’incidente, è stata trovata a terra vicino al trabattello sul quale, secondo le indagini, era salito per portare a compimento un lavoro di manutenzione in una villa adibita a eventi in località Poggio della Rota, a Bassano Romano.
Bartolomeo è poi deceduto dopo una settimana di agonia al Gemelli di Roma. Il processo di primo grado al presunto datore di lavoro, un imprenditore oggi 89enne, si chiuse nel 2019 con l’assoluzione, dopo una richiesta di condanna a un anno e mezzo per omicidio colposo. Sentenza confermata in secondo e terzo grado, cui ha fatto seguito una denuncia per falso, archiviata pochi giorni fa nonostante si sia opposto, da parte dell’ex imputato contro la vedova e i due figli della vittima.
Uno dei due figli di Bartolomeo, il noto politico Giancarlo Torricelli, all’amatissimo padre ha dedicato un libro, “Quando c’erano le lucciole”, uscito nel 2018 con prefazione di Fausto Bertinotti. E oggi gli dedica ancora un ricordo, alla vigilia del decimo anniversario della scomparsa.
Un ricordo che non è solo per il papà, ma per le decine, centinaia, migliaia di vittime del lavoro. E una amarissima riflessione nei giorni del grande dolore collettivo per l’immane tragedia della centrale idroelettrica di Suviana.
Sono passati dieci anni da quella mattina di aprile
Sono passati dieci anni da quella mattina di aprile. Da quella maledetta telefonata che annunciava la caduta dal trabattello, un oggetto, che, ahimè, sarebbe diventato familiare nella lunga vicenda processuale.
Da quella mattina è cambiato tutto.Nulla è stato più come prima. Da quel trabattello sono cadute tante, troppe, cose e certezze. Un tempo sospeso, tra tristi pratiche burocratiche, rabbia impotente e pensieri in libertà all’inseguimento di un dolore. Una intimità interrotta, un dialogo appena accennato, impediti in partenza. Un silenzio, a lungo subito, che improvvisamente diventava definitivo. Senza appello.
Poi, il tempo dell’assenza, delle amnesie, delle memorie labili, delle dimenticanze, talvolta delle testimonianze di comodo.
Spesso delle parole negate e dei voltafaccia, dell’arroganza dei soldi e della prepotenza. Ma anche di un bisogno, forse irrazionale e disperato, di giustizia. Probabilmente incomprensibile nel tempo in cui tutto è merce da acquistare. A cominciare dalla dignità e dal silenzio.
Di quei giorni, mi rimane la puzza di disinfettante della rianimazione, la faccia terrea di un primario, i gesti miseri di persone piccole in un angusto corridoio di ospedale. Mi rimane, soprattutto, il ricordo di quella mano inerme, ricoperta di calce e di vernice nera, insieme a quegli abiti disconosciuti, umiliati e vilipesi, da tribunali che non sanno nulla del lavoro. Men che meno di come possano essere fatti gli abiti di un muratore.
Sono stati anni di delusioni, ma anche di scoperte, di nuove consapevolezze emotive, di rapporti veri che hanno preso il posto di quelli fasulli. Dieci anni di verità processuali negate, attraverso acrobazie verbali, che hanno dell’incredibile, e che hanno trasformato una tragica caduta da lavoro quasi in un gesto volontario ed abusivo.
Ma, al di là di mio padre, è il lavoro ad essere tornato ad essere “pietra di scarto”, senza voce, senza diritti, senza rappresentanza, “vita nuda” subordinata al profitto, sempre e comunque. Mentre si ragiona sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale, il lavoro continua ad uccidere. Quasi come in guerra. Almeno tre morti al giorno. Nei cantieri edili, negli appalti e nei subappalti a cascata, in agricoltura, nella logistica, tra i rider, l’incidente è messo in conto, un rischio calcolato, in nome di una competizione che non deve conoscere barriere o ostacoli.
Quando succede ci si indigna, si usano frasi di circostanza, si esprime solidarietà e costernazione, ma, passata l’ondata emotiva, non resta nulla, se non la solitudine dei familiari e l’invisibilità di lavoratori sempre più precari, con un futuro neanche a pensarci, deprivati della parola politica.
Inerti. Come se dalle impalcature non precipitassero al suolo anche ultrasettantenni, grazie all’approvazione di leggi che lo consentono. E’ l’innocenza di un tratto di penna che il codice penale non considera reato. Almeno per la giustizia del più forte. Come nel caso di mio padre.
In fondo, si finisce col pensare che sia normale e che se la sia pure un po’ cercata. Una sorta di danno collaterale, come accade a Gaza di fronte ad un missile che colpisce alla cieca. Un presente che ha messo alla gogna l’arma dell’eresia non può comprendere come, nel secolo scorso, gli operai, i muratori, i lavoratori erano riusciti ad imporre il tema della salute nei luoghi di lavoro come forma di intervento politico, come sabotaggio del massacro delle conquiste sociali.
Mentre scrivo arriva la notizia di una nuova strage, l’esplosione di una centrale nell’Appennino. Seguiranno i messaggi di cordoglio della politica che durano lo spazio di un post su Facebook, gli articoli indignati dei giorni pari che seguiranno il silenzio di quelli dispari, la magistratura che aprirà l’ennesimo inutile fascicolo, i sindacati che proclameranno tre ore di sciopero in attesa di proclamarne al tre dopo la prossima strage.
Sempre tutto uguale, mentre nel paese della costituzione fondata sul lavoro, il lavoro continua ad uccidere. Un morto ogni sei ore. Ripenso a quella mano sporca di calce, su quel letto di ospedale, ripenso ad una carezza pudica, semplicemente impensabile in tempi normali, immagino quel momento di difficoltà, in cui forse aveva realizzato, da solo, l’avvicinarsi della fine.
Per tanto tempo mi sono chiesto se avessi potuto fare di più per lui. E con lui. E, se sia stato giusto affrontare una vicenda giudiziaria, così lunga e pesante, che, in fondo, non aveva fatto altro che riaprire ferite ed alimentare il senso di una ingiusta sottrazione. Poi ho pensato che quella mano sporca e callosa non potesse che indicarmi la necessità di non dimenticare, di non uniformarmi, di non rassegnarmi.
Per tutti gli ammutoliti e per tutti gli sconfitti. Per mio padre, per la dignità, per il tentativo, nonostante tutto, di non considerare normale morire di lavoro nel terzo millennio. E per evitare almeno l’ipocrisia delle parole: non sono incidenti sul lavoro, sono omicidi.
Giancarlo Torricelli

