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Il macellaio vittima di tentato omicidio e rapina: “Non ho sferrato io la prima coltellata”

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Giancarlo Pallotti con la figlia Lucia

Giancarlo Pallotti con la figlia Lucia, ieri era col papà in tribunale 


Nepi – “Non ho sferrato io la prima coltellata”, ha ribadito la vittima, di fronte al fuoco di fila di domande della difesa. Intanto è accusato di tentato omicidio il trentenne che verso le 19.30 dello scorso 29 agosto ha tentato di rapinare una macelleria di Nepi ferendo gravemente il titolare, che è stato accoltellato alla testa e che per una completa guarigione ha dovuto aspettare gennaio di quest’anno. 

L’aggravamento della contestazione, passata da lesioni gravi a tentato omicidio, oltre che naturalmente tentata rapina aggravata, è arrivato alla vigilia del processo, entrato nel vivo ieri davanti al collegio con la testimonianza della vittima, il macellaio 61enne Giancarlo Pallotti, che si è costituito parte civile con l’avvocato Francesco Massatani, mentre l’imputato, tuttora detenuto, è difeso dall’avvocato Walter Pella. 

Nel corso della colluttazione, è stato accoltellato anche il rapinatore, che avrebbe avuto tre dita mozzate alla mano destra ed è stato ricoverato anche lui in ospedale, a Roma, per la gravità delle lesioni riportate.

Per questo il difensore Pella, che ha condotto l’esame, cui ha invece rinunciato il pm Flavio Serracchiani, ha insistito per chiarire la dinamica, insinuando il dubbio che sia stato il macellaio a colpire per primo con la mannaia, trovandosi davanti il trentenne, col volto travisato da un passamontagna, che gli intimava “questa è una rapina, dammi i soldi” e poi ancora “mi devi dare i soldi, hai capito?”. 


Nepi - La macelleria tabaccheria di Giancarlo Pallotti

Nepi – La macelleria tabaccheria di Giancarlo Pallotti


Il macellaio ha negato con decisione di avere mai accoltellato per primo il rapinatore, quest’ultimo allontanato dall’aula, dove era giunto scortato dalla penitenziaria, per avere afferrato il microfono e tentato di prendere la parola senza permesso.

“Alla seconda volta che mi ha ripetuto di dargli i soldi – ha detto la parte offesa – io, nonostante la paura che avevo, gli ho risposto ‘non ti dò un cazzo, vedi de anna’ via’. Al che lui ha afferrato uno dei due coltelli che erano nel ceppo sul bancone, un coltello lungo, da fettina, e poi ‘pum, pum, pum, pum’, mi ha colpito quattro volte. Svelto come la polvere. Mi sentivo male, ma mi sono detto ‘o reagisco, o stasera ce ne andiamo’”.

“Quindi – ha proseguito il macellaio – ho afferrato a mia volta l’altro coltello che era nel ceppo, ovvero la mannaia, con la sinistra perché sono mancino, mentre con la destra cercavo di tenere in alto la sua mano destra per fargli cadere il coltello. A un certo punto lui l’ha gettato per terra ed è scappato, ma non mi sono accorto che fosse ferito. Tutto sarà durato non più di un minuto, un minuto e mezzo”.

Solo guardandosi allo specchio, il 61enne si sarebbe accorto che il suo volto era una maschera di sangue, con la testa spaccata, la guancia sinistra sbranata, il naso spezzato: “Sono corso fuori a chiamare il 112, perché dentro il locale il cellulare non prende. Mentre ero al telefono mi sono accorto di uno che saliva su una macchina e partiva in direzione di Civita Castellana. Non aveva il passamontagna, ma era buio e non l’ho visto in faccia”, ha spiegato.

Il trentenne è stato rintracciato poco dopo dai carabinieri al pronto soccorso dell’Andosilla, dove nel frattempo è stato portato anche il macellaio. Il rapinatore è stato poi trasferito a Roma per la gravità delle sue condizioni.

Durante l’udienza sono state visionate e descritte in aula una sessantina di foto, della scena del crimine ma anche del macellaio, foto scattate dopo le dimissioni dall’ospedale, che ne ritraggono le lesioni al volto. Al riguardo, il presidente Rocchi gli ha chiesto se, oltre alle coltellate, avesse ricevuto anche dei cazzotti in faccia: “Dati i lividi vistosi che ha attorno agli occhi… occhi neri, proprio come se avesse ricevuto dei pugni”. Il 61enne ha detto di ricordare solo le coltellate. 

Al termine dell’esame della parte offesa, il collegio ha riammesso in aula l’imputato detenuto, il quale si è immediatamente scusato per le intemperanze.

“Mi scuso – ha detto il trentenne, in carcere da otto mesi – è stato uno scatto d’ira, non vedo le cose giuste”. Il presidente Rocchi ha accettato le scuse, quindi lo ha tranquillizzato, spiegandogli che quando verrà il suo turno, a settembre, potrà difendersi e fornire la sua versione.

Il prossimo 18 giugno, nel frattempo, saranno sentiti tutti i rimanenti testi dell’accusa.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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