- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

Ricorso dei fratelli Rebeshi contro la condanna a 12 anni: “Non fu estorsione con metodo mafioso”

Condividi la notizia:

Viterbo – Imprenditori estorti dal boss in carcere, i fratelli Rebeshi ricorrono in cassazione contro la condanna a 12 anni di reclusione. Una stangata per la coppia di albanesi di 40 e 35 anni, giunta lo scorso 8 febbraio in secondo grado assieme al riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, dopo l’assoluzione di Ismail dall’accusa di essere il mandante in primo grado, mentre David era stato condannato dai giudici del collegio del tribunale di Viterbo a cinque anni per estorsione semplice.


Mafia viterbese - I fratelli David e Ismail Rebeshi

Mafia viterbese – I fratelli David e Ismail Rebeshi


Secondo la difesa: “Per determinare dapprima la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso e poi della responsabilità di Ismail Rebeshi al fine di ritenere sussistente anche l’altra aggravante contestata ed esclusa dalla sentenza di primo grado, la sentenza è ricorsa solo a presunzioni e come tali inidonee allo scopo”. 

Lo storico difensore Roberto Afeltra, sottolinea come si tratti di due distinti ricorsi, in virtù della totale riforma delle due sentenze di primo grado operata dai giudici della corte d’appello di Roma, che hanno voluto ascoltare con le proprie orecchie le parti offese. 

Ultimo testimone il commerciante di auto viterbese cui David Rebeshi e i tre connazionali, arrestati in flagranza a Tuscania il 28 novembre 2019 e già condannati in via definitiva a 8 anni e 4 mesi di carcere, a fine novembre 2019, avrebbero chiesto cinquemila euro, presunto provento della “pulizia” del piazzale dell’autosalone di Ismail dai vecchi mezzi. La volta precedente erano stati invece sentiti il ristoratore e la moglie, cui lo stesso quartetto, negli stessi giorni, avrebbe chiesto “con le cattive” la restituzione di quattromila euro a titolo di risarcimento per la macchina fallata venduta all’autosalone del boss da un commercialista che lui gli aveva presentato.

Il ristoratore è parte civile con l’avvocato Luigi Mancini. 


Roberto Afeltra

Il difensore Roberto Afeltra


La difesa, tra le altre cose, fa notare come la mail inviata dal boss in carcere Ismail al fratello David l’11 febbraio 2019 e la successiva missiva del 7 marzo 2020, che a detta della corte di appello era un elemento non valutato dal tribunale, fosse presente in primo grado ma evocativo del contrario perché Ismail Rebeshi diceva al fratello che aveva incaricato il legale di presentare denuncia per truffa contro il commercialista e il ristoratore per la vicenda dell’auto fallata. Il contenuto, sottolinea la difesa, non è estorsivo. 

E ancora: “Non costituisce certamente reato chiedere al proprio fratello di rivendicare somme dovute. E le prove dichiarative hanno tutte concordato con il fatto che le richieste di David erano dirette in alternativa o al commercialista o al ristoratore. Tra l’altro il ristoratore, come emerso in istruttoria da un teste, era l’unico con il quale Rebeshi aveva avuto contatti per la vendita della autovettura e lo stesso ristoratore ha dichiarato che Ismail Rebeshi non era al corrente dello stato della vettura, mentre il commercialista era a conoscenza che la vettura non poteva essere venduta perché raggiunta da fermo amministrativo”.

Relativamente invece ai presunti messaggi e alle presunte minacce orali da parte di Ismail Rebeshi, nel ricorso viene sottolineato che il boss “non poteva effettuarli perché detenuto e non era in possesso di telefoni cellulari come dimostrato dall’esito negativo della perquisizione in cella del 25 gennaio 2019 di cui la sentenza non ha dato conto, e perché a febbraio 2019 il Rebeshi è stato sottoposto al regime differenziato (41bis, ndr) di cui la corte non ha dato conto”.

Viene quindi ricordato che “tutti i testi escussi hanno escluso ogni paura rispetto a Ismail Rebeshi e ciò era logico perché sino alla data del primo arresto per droga avvenuta nel novembre 2018 era incensurato e svolgeva una duplice regolare attività lavorativa”. “A novembre 2019 – ricorda inoltre Afeltra, ribadendo che Ismail non ha avuto contatti illeciti con l’esterno  – Rebeshi era solo indagato in sede preliminare per il reato mafioso che poi si sarebbe rivelato concluso al dicembre 2018”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


Condividi la notizia: