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Viterbo – (sil.co.) – Tira un giubbino con un mazzo di chiavi nella tasca alla ex durante una lite e la colpisce al volto. Lei chiama la polizia e lui finisce nei guai.
Per questo un trentenne del capoluogo è stato raggiunto due anni fa dalla misura cautelare del divieto di avvicinamento ed è finito a processo col giudizio immediato davanti al giudice Giovanna Camillo del tribunale di Viterbo.
I fatti, avvenuti in un villino alle porte del capoluogo, risalgono al pomeriggio del 12 giugno 2022. Erano circa le 18,30 quando la presunta vittima, una ragazza poco più che ventenne, ha chiesto aiuto alle forze dell’ordine, intervenute sul posto per una lite in casa col fidanzato. Il giovane è tuttora sottoposto alla misura cautelare.
All’arrivo della polizia, la parte offesa sarebbe stata molto agitata e l’uomo scosso, come ha spiegato ieri in aula uno degli operanti, spiegando di avere visto con i suoi occhi una contusione sulla fronte della ventenne.
La coppia avrebbe avuto una violenta discussione, al culmine della quale l’imputato avrebbe tirato verso la donna un giacchetto con all’interno un mazzo di chiavi. Una reazione rabbiosa che gli è costata cara. Il trentenne non è però imputato di lesioni, bensì solo di molestie e minacce.
La giovane infatti avrebbe rifiutato di farsi portare al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle per farsi refertare, accettando solo di farsi medicare sul posto dal personale del 118 e poi sporgendo denuncia col dire che l’ex avrebbe continuato a perseguitarla nonostante la rottura, fino al violento litigio esploso quel pomeriggio.
La difesa ha chiesto di sentire la parte offesa, che all’udienza di ieri non si è presentata, per capire se voglia rimettere la querela. Data l’assenza ingiustificata, il giudice nel frattempo l’ha condannata a una multa di 200 euro, disponendo l’accompagnamento coattivo della teste per la prossima udienza.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
