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Viterbo – Potente densità di sollecitazioni, l’altro pomeriggio, passeggiando-visitando-discutendo al Polo monumentale colle del duomo in piazza San Lorenzo (Viterbo), attraverso la splendida mostra “Tracce tra passato e presente” in compagnia dell’artista Alfonso Talotta.
Talotta riesce sempre a sorprenderti.
Intanto per l’idea stessa di riproporre le tele di quei “Tracciati urbani” risalenti al 1979-’80 (che tanto sarebbero in seguito piaciuti anche a Mirella Bentivoglio: li avrebbe riletti e criticamente riattualizzati quali forme eterodosse di “scrittura” esposta-orizzontale urbana, righe di rinvenuti alfabeti enigmatici).
Voglio dire: non un inerte rispolvero nel segno di filologie autocelebrative o monumenti al narcisismo. Piuttosto un’intrigante rilettura autocritica, nel desiderio di riaccendere il dialogo (umile e fecondo) con la storia dell’arte (e quella dell’archeologia) ponendosi in francescano ascolto, tra sacro e profano, tra astrazione e figurazione. Ne vien fuori un allestimento di sobria discrezione, accorto, puntuale ed elegante.
C’è poi la sorpresa di un’inattesa freschezza (ma anche di un ascetico rigore formale) che questo visionario ciclo giovanile si ostina a declinare-testimoniare in piacevole flagranza di continuità-coerenza con l’intera ricerca visuale che Talotta avrebbe condotto nei decenni a seguire (fino alle più recenti prove di “Presenza reale della pittura”, personale del maggio 2022 alla rocca Albornoz).
Fedeltà felicemente mediata, direi, dall’inserimento di quei “Tracciati” intermedi (intorno al 2018) realizzati abbandonando la bidimensionalità concettualizzante della tela a favore del corpo-solco dell’oggettualità totemica favorita dal linguaggio della ceramica.
Infine, ultimi ma non ultimi, gli appassionati-sincopati gesti live di Alfonso, le sue performance narrative a cospetto delle opere allestite. Mi riferisco al (godibilissimo) favoloso racconto di un’agnizione lunga sette anni (1974-1980): snodantesi tra campi di calcio di provincia e bordi di strade bianche infangate dalle piogge; tra corse in motorino e rinvenimenti di cartoni “pneumaticizzati” (immediata-mente-sublimati in ready made); tra incidenti di gioco al ginocchio, carriere finite e strazianti servizi televisivi sul poeta di Casarsa (da pneumatici ferocemente massacrato all’idroscalo di Ostia); tra demotivanti insofferenze da naja e prime prove di “Tracciati” realizzati in aperta campagna negli immediati contorni della città; tra la maneggevole Dyane con cui tracciarli e la prima esposizione al pubblico (sala Anselmi in via Saffi).
Insomma, insieme con la reale storia di un abbrivio creativo, l’evocativo apologo-leggenda di una felice-duratura ispirazione. Nonché la promessa, rigorosamente d’autore, per una parabola artistica ancora lunga. E feconda.
Scritti critici di Francesca Menna e Adriana Camilla Caputo. Orari mostra: dal lunedì al venerdì 10 – 13 e 15 – 18; sabato e domenica 10,00-18,00. Info alfonsotalotta.com
Antonello Ricci




