Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
Viterbo – Mafia turca e terrorismo. Ma anche immigrati clandestini ospitati a caro prezzo presso strutture alberghiere compiacenti nella Tuscia. Il boss quarantenne nel frattempo, secondo quanto emerso, sarebbe stato in contatto con pirati informatici che dall’Indonesia gli avrebbero creato una linea speciale per fare telefonate fantasma.
Proseguono senza sosta gli interrogatori dei 18 arrestati nel “blitz di Bagnaia” del 22 maggio, tutti turchi ad eccezione del viterbese 31enne Giorgio Meschini. Al gruppo dei presunti sodali, se ne sono aggiunti nel frattempo altri quattro, fermati sempre mercoledì e sempre nella Tuscia, tra i quali un albanese, “new entry” del gruppo criminale composto per il resto da connazionali del boss di etnia curda Baris Boyun.
Per due di loro, Dogu Kaan Duzgun e Ersin Autekin, turchi di 25 e 36 anni, la misura è stata confermata venerdì dal gip del tribunale di Civitavecchia. Nella tarda serata di sabato, invece, il gip del tribunale di Viterbo, Savina Poli, ha confermato la custodia cautelare in carcere per altri due soggetti.
Si tratta dell’abanese 26enne Shabani Artiol e del turco 22enne Oguzhan Duycu. Entrambi irregolari in Italia. Duycu, dicendosi un perseguitato curdo, durante l’interrogatorio ha riferito di essere giunto clandestinamente in Italia su un Tir tre settimane fa e di non sapere dove lo avessero scaricato. Sarebbe poi andato in pullman a Tuscania, alloggiando in un hotel indicato dall’autotrasportatore, pagando un sovrapprezzo al gestore perché privo di documenti. Lì avrebbe conosciuto “Arturo”, l’albanese, che parlava un po’ di turco e che gli ha chiesto di accompagnarlo perché senza patente.
Artiol e Duycu sono stati arrestati in flagranza dalla polizia mercoledì scorso presso un’area di servizio sulla Cassia a Sutri – giorno del blitz – mentre viaggiavano su una Jeep Compass con targa svizzera, con armi, munizioni e 24.5 grammi di cocaina pronta per lo spaccio.
L’albanese, in particolare, sarebbe stato avvistato verso le dieci del mattino a bordo della vettura in quel di Vetralla, mentre effettuava una breve sosta in un’area boschiva in località Cesi, in prossimità della provinciale 147, occultando un involucro sotto dei sassi vicino a un muro a secco, contenente un giubbotto antiproiettile. C’erano poi una pistola calibro 9,19; 7 cartucce stesso calibro; tre caricatori, due dei quali per 18 e l’altro per 16 cartucce; altre 18 cartucce calibro Acp 45 avvolte in un panno; nonché la droga e attrezzatura per lo spaccio.
Mafia turca – La cattura del boss Baris Boyun
I venti soggetti finora arrestati sono indiziati, a vario titolo, di reati gravissimi tra cui associazione per delinquere finalizzata alla detenzione e porto abusivo di armi anche clandestine, traffico internazionale di armi, favoreggiamento dell’immigrazione ciandestina, omicidi, stragi, traffico di stupefacenti, riciclaggio, falsificazione di documenti, ricettazione e autoriciclaggio, banda armata con finalità di terrorismo.
“I membri del gruppo criminale sono stati ritenuti in grado – si legge nell’ordinanza – di consentire l’ingresso di turchi in Europa per il tramite della rotta balcanica, in maniera clandestina, ai fine di consentire loro di presentare domanda di asilo politico, strumentale ad ottenere la possibilità temporanea di permanere sul territorio dello stato, tramite collegamenti con alcuni posti di frontiera di paesi europei più vicini alla Turchia e la disponibilità di uomini per condurre, previo pagamento di importanti somme di denaro, i turchi dapprima in Serbia e poi in Italia attraverso la frontiera di Trieste”.
Sono stati interrogati invece ieri mattina dalla pm Bruna Albertini, in collegamento video da Mammagialla con Milano, Caglat Senci e Firat Cogalan, difesi dall’avvocato Samuele De Santis. Altri quattro indagati, difesi da Angelo Di Silvio, si sarebbero avvalsi della facoltà di non rispondere.
Cogalan, che nell’inverno del 2022, con due connazionali avrebbe dato vita a scene di far west, usando la pistola per minacciare e terrorizzare il gestore di una concessionaria auto di Rieti, avrebbe ammesso di essersi recato sul posto, ma di avere trovato chiuso, come a detta sua potrebbero confermare i carabinieri che avrebbero fermato il terzetto per un controllo, identificandoli e lasciandoli andare. Riguardo ai soldi che avrebbe portato a Bayram Demir, l’arrestato di Nepi, lo avrebbe fatto solo per aiutarlo perché paraplegico, costretto sulla sedia a rotelle in seguito a una sparatoria. L’avvocato De Santis, riservandosi di ricorrere al riesame, ha chiesto i domiciliari.
Caglat Senci, che avrebbe partecipato alla “missione Cappuccetto Rosso” della notte tra il 25 e il 26 marzo per il recupero di munizioni nelle Marche con Meschini, si è invece avvalso della facoltà di non rispondere. Armi e munizioni sarebbero servite alla difesa del boss dopo l’attentato del 18 marzo durante i domiciliari a Crotone, che voleva vendicare con un attentato alla fabbrica di alluminio del rivale in Turchia, organizzato mentre era ai domiciliari a Viterbo, dove è stato trasferito il 21 marzo, e sgominato grazie all’intervento della polizia turca avvisata dai colleghi italiani.
Mafia turca – Il boss Baris Boyun e Bayram Demir
“È una misura che interviene successivamente ad altri arresti fatti in precedenza, prevalentemente sull’ascolto di Baris Boyun, attraverso la cimice nascosta nel braccialetto elettronico che millanta di essere il più grande terrorista di Europa, dopo che sono state ritrovate pistole in altre situazioni. Quello che va detto è che per quanto riguarda i miei assistiti, ma soprattutto per quanto riguarda tutti quelli della misura, non è stata trovata un’arma né un proiettile, né una munizione. Nè associazione, né banda armata. Qui nemmeno un bossolo vecchio”, dice il difensore.
“C’è poi l’aspetto politico-criminale, che ha condotto a serie difficoltà nel trovare interpreti per gli interrogatori di garanzia, perché i turchi hanno paura del regime in vigore nel loro paese e non si prestano. Basti dire che i loro nomi sono secretati per motivi di sicurezza”.
“Anche volendo ammettere che queste sono persone contrarie al regime di Erdogan e che vivono la loro esistenza in Italia come una resistenza contro la tirannia – prosegue De Santis – va detto che sono tutti riconosciuti o richiedenti asilo politico, in Italia come accolti da parte dell’Italia con la certificazione di essere perseguitati da parte del regime di Erdogan, quindi normale che tra loro vi sia un collegamento stretto e una grande solidarietà tipica delle minoranze etniche e anche un’organizzazione finalizzata a sostenere le persone che stanno in carcere. più o meno considerando questa affiliazione a questa ipotetica mafia terrorista di resistenza al regime turco”.
“Da un punto di vista tecnico-giuridico restano l’associazione per delinquere e l’ipotesi di detenzione di armi e munizioni. È più mafia parlata che effettiva organizzazione finalizzata all’organizzazione di attentati terroristici e a creare una cellula in Italia per fini di resistenza armata. L’idea è che ci fosse la tendenza a farsi grandi, a farsi belli, a ingigantire i fatti per apparire davanti a Baris Boyun”.
Silvana Cortignani
Video: Arresto di Baris Boyun – video della polizia – L’operazione antimafia Turca
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

