Viterbo – Nuovo stop al processo ai due penitenziari di 52 e 54 anni imputati di abuso dei mezzi di correzione in concorso in seguito alla morte di Hassan Sharaf. È il caso del 21enne egiziano che poco prima di impiccarsi in una cella d’isolamento del carcere di Mammagialla, il 23 luglio di sei anni fa, fu schiaffeggiato dagli imputati sotto gli occhi delle telecamere. Talmente forte, secondo l’accusa, da fargli sbattere la testa contro il muro. L’udienza in programma martedì davanti al giudice Giovanna Camillo, l’ultimo magistrato cui è stato assegnato il procedimento, è stata rinviata alla prossima estate in seguito alla maxi evacuazione di 36mila persone nel giorno del disinnesco dell’ordigno bellico rinvenuto a Viterbo lo scorso 20 marzo.
Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf
Il giallo del graffito islamico. Nel frattempo è trascorso un anno e mezzo da quando, il 14 novembre 2022, testimoniò in aula uno dei carabinieri che per primi hanno indagato sul suicidio. Nella cella d’isolamento di Mammagialla dove è stato trovato impiccato Hassan Sharaf ci sarebbe stato un “misterioso” graffito di matrice islamica, raffigurante un fucile Kalashnikov con sotto delle scritte in arabo inneggianti ad Allah. Trovato e fotografato, durante il successivo sopralluogo, dagli agenti della polizia penitenziaria.
Nessuna traccia Isis. Un particolare rimasto fino a quel momento inedito sulla tragica scomparsa del 21enne, morto il 30 luglio 2018 nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Belcolle dove era giunto in coma il 23 luglio. Ma della paventata affiliazione all’Isis non sarebbe stata trovata traccia, così come non è stato chiarito, visto che nulla del genere è stato sequestrato, con quale oggetto contundente, né quando il graffito sarebbe stato realizzato. Di sicuro dopo l’ingresso in cella d’isolamento di Sharaf. Si sarebbe anche indagato su possibili collegamenti con cellule terroristiche. Senza riscontri, come sottolineato in tribunale dai difensori della famiglia.
In un video le ultime due ore. Non sarebbero individuati nemmeno l’oggetto con cui Sharaf si sarebbe procurato tagli all’avambraccio, come documentato dal video della sorveglianza interna del carcere e dalle ferite riportate, né cosa il 21enne abbia usato poco dopo per impiccarsi. In disaccordo su tutto, le parti hanno convenuto solo nella rinuncia a proiettare in aula le immagini riprese tra le 13,25 e le 15,32 dalle telecamere interne del carcere che il 23 luglio 2018 hanno cristallizzato le ultime due ore del 21enne egiziano, dal suo ingresso in cella d’isolamento a quando ne è uscito in fin di vita su una barella.
Secchio rosso e spioncino. Non si sa se si sia impiccato con un lenzuolo o con l’asciugamano. Nessun sequestro da parte della polizia penitenziaria, l’unica forza dell’ordine che abbia effettuato un sopralluogo nella cella. Non è stato sequestrato nemmeno il secchio rosso, tirato fuori dalla stanza da uno dei due agenti difesi dall’avvocato Giuliano Migliorati. Subito dopo, oltre a levare dalla cella il secchio, un cui frammento potrebbe essere stato usato dal 21enne per autolesionarsi, l’agente che lo aveva schiaffeggiato si sarebbe limitato ad assicurarsi che la porta blindata fosse ben chiusa, così come lo scuretto esterno dello spioncino a grata.
Lacune. Durissimo, dopo l’interrogatorio del militare da parte del pm Michele Adragna, il contro esame da parte dei difensori di parte civile del cugino, della madre e della sorella, avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, i quali hanno più volte ricordato come inizialmente sia stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, “per cui la cella era una potenziale scena del delitto, da trattare come tale”. Sharaf, giunto tranquillo alla cella d’isolamento, avrebbe cominciato ad agitarsi una volta all’interno, sembra per via delle sigarette, rimaste all’interno di un sacco da cui aveva potuto prelevare poche cose prima che finisse in magazzino. Nemmeno il sacco, per eventuali riscontri, sarebbe stato però sequestrato.
Nei guai per 10 euro di hashish. Il 21enne stava scontando “in un carcere per adulti”, dove era giunto il 19 gennaio 2018, “una pena per minorenni”, essendo stato condannato “per 10 euro di hashish di cui era stato trovato in possesso durante un controllo alla stazione Termini di Roma”. Da Mammagialla sarebbe uscito il successivo 7 settembre, dopo poco più di un mese. Quando si è impiccato, nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018, Hassan Sharaf si trovava da poche ore in cella d’isolamento, in seguito a una sanzione irrogata con provvedimento del consiglio di disciplina in data 9 aprile 2018 ed eseguita in epoca in cui il detenuto si trovava in espiazione di pena inflitta con sentenza di condanna, relativa a un reato commesso da minorenne.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
