Mafia turca – La cattura di Baris Boyun (nella foto) sui media della Turchia
Viterbo – Mafia turca, oggi gli arrestati compariranno nel carcere di Mammagialla davanti al gip Savina Poli del tribunale di Viterbo per gli interrogatori di garanzia.
Video: Arresto di Baris Boyun – video della polizia – L’operazione antimafia Turca
“Gli toglieremo il fiato”, si legge intanto nel post pubblicato sul profilo Facebook del ministro degli interni turco Ali Yerlikaya. Il ministro, ringraziando le forze dell’ordine internazionali che hanno preso parte all’operazione, allega anche delle fotografie scattate fuori della questura di Viterbo ai protagonisti dell’operazione interforze. Un blitz sfociato all’alba del 22 maggio nella cattura a Bagnaia del boss Baris Boyun nonché delle due compagne del quarantenne di Istanbul e di altri quindici presunti sodali, 14 connazionali e il viterbese 31enne Giorgio Meschini.
Ampio spazio viene dato da tutti i media della Turchia all’operazione condotta a Viterbo. “Vorrei che la nostra cara nazione sapesse – scrive da Ankara il ministro – non importa quanto sia grande, non importa in quale paese sia fuggito, siamo determinati a far crollare le organizzazioni criminali organizzate e a consegnarle alla giustizia. Gli toglieremo il fiato”.
Mafia turca – Una delle foto postate sul profilo Facebook del ministro degli interni di Ankara, Ali Yerlikaya
“Sto addestrando i miei ragazzi nelle azioni da fedayn, attacchi kamikaze“, diceva il boss, intercettato dalla cimice nascosta nel braccialetto elettronico mentre stava ai domiciliari. “Non accetto il Pkk, nuova rivoluzione”. Accusato di terrorismo, Bayoun sarebbe entrato in rotta col Pkk: “Ho mandato notizie alla gerarchia superiore del Pkk, ho detto che non accettiamo un’organizzazione così e che fonderemo una nuova organizzazione iniziando una nuova rivoluzione”.
Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
Risale al 6 aprile 2022 il mandato di cattura internazionale del tribunale di Istanbul. Il boss d’origine curda arrestato una prima volta il 2 agosto 2022 a Rimini, anno in cui è giunto in Italia, cui nel 2023 la cassazione ha negato in via definitiva l’estradizione chiesta dal paese di Recep Tayyp Erdogan, è stato arrestato nuovamente lo scorso 19 gennaio, dopo essere stato fermato, lo scorso 5 ottobre a Como, con tre sodali armati fino ai denti che lo stavano scortando mentre in auto si dirigeva dalla Svizzera in Italia, anche lui armato.
Il 2 febbraio, dopo pochi giorni di carcere, gli sono stati concessi i domiciliari a Crotone, da dove il 21 marzo è stato trasferito a Viterbo in seguito all’attentato del 18 marzo, mentre era in Calabria, in cui hanno rischiato la vita Boyun e una delle sue due donne. Per questo l’abitazione di Bagnaia, in cui peraltro il boss meditava vendetta progettando l’attentato a una fabbrica di alluminio del rivale in Turchia, era sorvegliata a vista da carabinieri, polizia, guardia di finanza con giubbotti antiproriettile e mitragliatrici in mano, per scongiurare l’eventuale blitz di un commando omicida oppure un tentativo di fuga, per quanto avesse chiesto la protezione internazionale.
Mafia turca – Da sinistra: il viterbese Giorgio Meschini e il presunto boss Baris Boyun
La notte del 18 marzo scorso malgrado la presenza di pattuglie H24 all’esterno, come a Bagnaia, due killer riusciti a far perdere le proprie tracce esplosero almeno 4 colpi di pistola contro la porta dell’abitazione di Crotone della compagna, anche lei in misura cautelare, nella quale Boyul stava scontando i domiciliari.
Nei circa due mesi trascorsi a Bagnaia, il boss agli arresti domiciliari avrebbe continuato a ordinare al suo “gruppo” attentati e blitz, dato istruzioni in merito al traffico di armi e di droga nonché all’ingresso di cittadini turchi in Italia usando la rotta balcanica ovvero passando dal confine di Trieste.
Silvana Cortignani
Clicca qui e guarda il video dell’operazione antimafia turca
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.



