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Rapina alla gioielleria, Bracci: “Ho sparato quattro colpi per fermarli e metterli in fuga…”

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Rapina alla gioielleria Bracci (nel riquadro Giuseppe Trovato)

Rapina alla gioielleria Bracci nel riquadro Giuseppe Trovato


Viterbo – Rapina alla gioielleria Bracci del 14 marzo 2018, fin dal primo momento oltre agli esecutori materiali subito catturati, tra cui il pentito di camorra Ignazio Salone appena uscito dal programma di protezione, tra i sospettati di avere pianificato il colpo c’è stato Antonio Loria.

È il ristoratore 52enne d’origine campana accusato con il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato, 49 anni, di essere il basista del blitz messo a segno in piazza Verdi da due banditi la cui pistola era un ferrovecchio che si è inceppato e dalle rispettive mogli, una incinta, che facevano da palo in auto sulla salita di Santa Rosa. 

A tradire Loria sarebbe stata, in particolare, una intercettazione ambientale del successivo 31 marzo di un colloquio del rapinatore Salone, detenuto dal giorno successivo a Mammagialla, durante il quale diceva a un parente:  “Ti deve dare 300 euro a settimana, lo scemo. Sto scemo di Loria mi ha fatto fare la rapina”. Ma già subito dopo il colpo, durante la fuga, una delle due donne che avevano fatto da palo avrebbe tentato di chiamare due volte l’imputato Loria al telefono. 

Il processo a Loria e Trovato, nonché a una delle due donne che hanno fatto da palo, imputata anche per la pistola usata nell’irruzione, è entrato nel vivo ieri davanti al collegio presieduto dal giudice Daniela Rispoli, con l’ascolto di uno dei carabinieri che si sono occupati delle indagini e di Bernardino Bracci, vittima della rapina assieme a due dipendenti e un rappresentate che erano ancora con lui nel negozio all’orario di chiusura per la pausa pranzo. 


Antonio Loria

Antonio Loria


Loria non c’era, mentre era presente Trovato in collegamento video dal carcere di Nuoro dove è detenuto al 41 bis per mafia viterbese. L’attenzione della pm Chiara Capezzuto si è concentrata in particolare sul ruolo avuto da Loria, mentre Trovato per ora è stato indicato come “il ricettatore”. Intanto è emerso che solo una piccola parte del bottino da centomila euro è stata ritrovata, tra cui un anello con brillante donato da salone a una nipote e da lei consegnato alla nonna.

Il boss è difeso come sempre da Giuseppe Di Renzo, sostituito da Luca Ragonesi, mentre Loria è assistito da Samuele De Santis, il quale ha chiesto ragguagli sulle accuse di spaccio al ristoratore, che avrebbe ceduto cocaina a un avvocato del foro di Viterbo. A quanto è dato sapere, però, pur avendo assistito a degli “incontri”, i carabinieri avrebbero avuto ordine di non procedere ad alcun fermo. Il legale, però, sarebbe stato sentito successivamente in procura a sommarie informazioni.

Tornando alla rapina, il giorno successivo il padre e il cognato di Salone si sarebbero recati da Vetralla a Viterbo presso la pizzeria Anema e core di via San Lorenzo, dove li avrebbe aspettati il titolare Loria. Non esisterebbero però intercettazioni tra Loria, Salone e i numerosi familiari di quest’ultimo, che dopo la fuga si era rifugiato con la banda nella casa di Montalto di Castro della sorella, dove furono catturati il giorno successivo e dove furono trovati in un cofanetto in un armadio i pochi monili rimasti della refurtiva di cui si erano già disfatti. Ma parlando tra loro, i parenti di Salone avrebbero più volte nominato Loria, indicandolo come l’ispiratore della rapina. “Abbiamo fatto sfondare la porta dell’appartamento ai vigili del fuoco”, ha detto il carabiniere testimone.


Viterbo - Rapina alla gioielleria Bracci

Viterbo – L’auto usata per la fuga


 È stato ribadito, nel frattempo, che la pistola semiautomatica puntata da Salone alla tempia della dipendente presa in ostaggio e usata come scudo si è inceppata col colpo in canna quando ha tentato di armarla, dopo che il gioielliere era riuscito a recuperare la sua pistola regolarmente detenuta.

“Ho sparato tre colpi in aria per mettere in fuga i due malviventi autori materiali della rapina, che avevano infilato la refurtiva in uno zaino”, ha spiegato Bracci.  Salone, a quel punto, ha tentato di sottrarre l’arma alla vittima: “Allora ho sparato un quarto colpo per far cadere la pistola mentre la prendeva, ferendolo alla mano sinistra”, ha proseguito.

Bracci ha negato che ci fosse un’amicizia con Loria, definito semplicemente un cliente, andato una quindicina di volte in gioielleria nell’ultimo anno e mezzo, cui aveva fatto vedere il laboratorio sul retro: “Come a molti altri clienti, che lo chiedono per curiosità o diffidenza, mentre facevo il lavaggio di un suo braccialetto con diamanti”. Ci sarebbe stata invece una vecchia amicizia tra Loria e Salone, entrambi originari di Salerno.

Dopo avere abbandonato la macchina della sorella di Salone perché braccati dai carabinieri e avere trascorso la notte al deposito Cotral di Soriano nel Cimino ripresi dalla videosorveglianza, i due rapinatori e le due donne che hanno fatto da palo, tra cui la compagna del pentito incinta, hanno preso un pullman per Viterbo, dove sono stati recuperati dai parenti al capolinea del Riello e andati a Montalto. 

Silvana Cortignani


Pesanti condanne agli esecutori materiali

Teneva in mano la pistola l’ex collaboratore di giustizia Ignazio Salone, condannato in via definitiva a 8 anni e 9 mesi di reclusione. Il complice 33enne Stefan Grancea sta scontando 11 anni e mezzo, la sorella Elena Grancea, 38enne, è stata condannata a 4 anni. In attesa di giudizio la 28enne Jenela Grancea, d’origine polacca, incinta all’epoca della rapina.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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