Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
Viterbo – Mafia turca e terrorismo, sono passate poco più di due settimane dal blitz interforze in cui lo scorso 22 maggio è stato arrestato a Bagnaia il presunto boss Baris Boyun, il quarantenne di Istanbul ai domiciliari nel borgo di Villa Lante. Risale invece a un anno fa, il 14 giugno 2023, la sentenza con cui la corte di cassazione ha negato in via definitiva l’estradizione chiesta da Ankara del criminale, super ricercato in patria.
Con Boyun, come è noto, sono stati arrestati oltre venti sodali, tra i quali un solo italiano, il 31enne viterbese Giorgio Meschini, secondo l’accusa autista, interprete e tuttofare della banda.
In Italia Boyun e i suoi sono indagati, a vario titolo, per associazione per delinquere aggravata anche dalla transnazionalità, banda armata diretta a costituire un’associazione con finalità terroristiche ed a commettere reati come detenzione e porto illegale di armi “micidiali” e di esplosivi, traffico internazionale di stupefacenti, omicidi, stragi, riciclaggio, ricettazione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e falsificazione di documenti.
Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
La cassazione la scorsa estate ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal procuratore generale della repubblica presso la corte d’appello di Bologna, Tomaso Epidendio, avverso la sentenza con cui, il 21 marzo 2023, era stata negata l’estradizione.
È stata di conseguenza confermata dalla suprema corte l’insussistenza delle condizioni per l’accoglimento della domanda di estradizione presentata dall’autorità turca per dare esecuzione al provvedimento di cattura internazionale emesso il 6 aprile 2022 dal tribunale di Istanbul nei confronti di Baris Boyun, indagato nell’ambito di un procedimento penale pendente nello stato richiedente nel quale è stato chiamato a rispondere dei reati di omicidio, lesioni personali, minacce, partecipazione ad un’associazione per delinquere e violazione della disciplina sulle armi.
Per la procura generale c’erano “elementi sufficienti a confermare che “Boyun è capo di una organizzazione criminale dedita alla commissione di delitti ‘comuni’ di vario genere, tra cui la consumazione di omicidi e lesioni con l’uso di armi da fuoco, nonché di reati attinenti alla gestione delle scommesse clandestine”.
E ancora: “Il sistema carcerario turco – si legge sempre nel ricorso – a parte generici problemi di sovraffollamento, prevede on ogni caso ‘meccanismi’ di controllo sulle condizioni effettive di reclusione, tali da garantire la tutela dei diritti del Boyun, che è imputato di delitti ‘comuni’ e non anche di reati di terrorismo o latamente ‘politici'”.
Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
Per i giudici d’appello Boyun aveva “fondatamente” rappresentato il rischio di essere sottoposto, se consegnato alla Turchia, a trattamenti disumani o degradanti, “in quanto egli è di etnia curda (come parrebbe confermato dalla regione di provenienza di entrambi i genitori) nonché affiliato ad un partito filo curdo”.
“È causa obbligatoria di rigetto della domanda di estradizione – viene sottolineato – la finalità di persecuzione politica dissimulata da una richiesta di consegna per un reato comune, potendosi ritenere che si sia in presenza di una estradizione ‘mascherata’. Elementi, questi, che permettono di escludere che i giudici di merito siano incorsi in alcuna violazione di norme di legge nel momento in cui, a fronte di concreti dati che riscontrano la problematica condizione dei detenuti nelle carceri turche, hanno ritenuto che le generiche risposte dell’autorità estera alle richieste di informazioni aggiuntive fossero inidonee a superare quei concreti dubbi circa i pericoli trattamentali che potrebbe subire l’estradando, in violazione delle norme sovranazionali di tutela dei diritti fondamentali della persona”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


