Viterbo – “Stamattina mia madre mi ha menato perché non ho saputo ripetere un versetto del Corano”. A dirlo tra le lacrime in uno dei due vocali inviati tramite Whatsapp a un carabiniere è stata una ragazzina di 14 anni, che aveva appena finito la terza media quando, verso le otto di sera del 13 giugno 2020, disperata, ha telefonato di nascosto in caserma mentre era sola in casa, per dire che i genitori, di fede islamica, la prendevano a frustate.
Fatima, nome di fantasia, classe 2006, è nata in un città romagnola. I genitori no. Erano appena immigrati in Italia da uno stato islamico. Sono a processo per maltrattamenti in famiglia.
Ieri i due messaggi sono stati acquisiti dal collegio, davanti al quale i genitori sono accusati di maltrattamenti aggravati in famiglia nei confronti della figlia e delle due sorelle più piccole. La ragazza, diventata nel frattempo maggiorenne, dopo un anno in casa famiglia, è tornata a vivere con la mamma e il patrigno, che l’avrebbe cresciuta come un padre visto che il suo era morto quando era piccola.
“Quando abbiamo suonato al citofono, ci ha aperto la porta una bambina, con la testa avvolta in un turbante nero, con un abito lungo, insomma vestita da musulmana. Aveva paura che rientrasse il padre e ci trovasse. Ma ha fatto in tempo a mostrarci un bastone lungo circa 60 centimetri, spiegando che era con quello che veniva picchiata”, ha detto uno dei militari intervenuti, spiegando di avere immediatamente allertato il pm di turno in procura.
IL successivo 26 giugno la minore e una compagna di scuola italiana furono interrogate in forma protetta in caserma, alla presenza di una psicologa. “In quell’occasione le lasciai il mio numero di cellulare, se avesse avuto bisogno di aiuto – ha spiegato il carabiniere – dopo pochi giorni mi contattò, con la voce tremante, tramite due vocali Whatsapp. La sera del primo luglio, per dire che il padre era molto arrabbiato con la madre e che lei era preoccupata per la mamma, per sé e per le due sorelle più piccole. Poi la mattina del 17 luglio, piangendo, perché la madre l’aveva menata non avendo saputo ripetere un versetto del Corano”.
In aula anche la ragazzina che a suo tempo confermò la versione dell’allora quattordicenne. “Siamo sempre amiche, anche ora, dalla quarta elementare, quando è arrivata. Verso la fine della terza media mi confidò che i genitori la picchiavano, che la tenevano chiusa in casa, che non la facevano uscire con gli amici. Ogni volta trovava dei pretesti, una volta disse che si era rotta un braccio. È stata in casa famiglia, poi è tornata coi genitori e la situazione pian piano è migliorata”.
Carabinieri
“Il movente era culturale e religioso”. Ha spiegato in aula Fatima, nome di fantasia, il primo febbraio 2023. “Mia madre e mio padre volevano che cominciassi a indossare il velo e poi anche il burqa perché stavo crescendo, mentre io non volevo e allora mi prendevano a schiaffi. Se leggevo male i versetti del Corano, invece, mi colpivano sulle gambe e sulle braccia con un bastone di diversi centimetri di diametro, una specie di bacchetta intrecciata, tipica, con gli scheletri essiccati delle foglie di palma. Non lascia lividi, ma fa male e lascia arrossata la pelle”.
“Non per cattiveria, ma per educarmi”. “Capisco che i miei genitori non lo facevano per cattiveria, ma per educarmi. Loro erano veramente convinti di farmi del bene, ma non si poteva andare avanti a quel modo”, ha sottolineato Fatima. “Mia madre mi diceva ‘guarda che lo dico a papà, lo sai cosa ti farà’”. Ai carabinieri disse che avrebbero potuto spezzarle le ossa, che suo padre avrebbe potuto farlo: “Penso di avere esagerato, non credo che lo avrebbe fatto”.
“C’era il bastone e c’erano le minacce”. “Il movente era culturale e religioso, dall’abbigliamento alla preghiera”. Si è congedata così Fatima il primo febbraio di un anno fa, uscendo dall’aula a braccetto con la mamma. La madre velata, la figlia no. Nel processo è solo parte offesa e non parte civile.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
