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Minacciata di morte davanti alla figlioletta, ex rischia tre anni di carcere

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Violenza

Violenza sulle donne

Viterbo – (sil.co.) – La minaccia di bruciarle la faccia con l’acido sarebbe stata una costante. Ma quando il 23 maggio dell’anno scorso l’ha minacciata di morte davanti alla figlioletta di pochi anni in un bed&breakfast del Viterbese, una giovane mamma 27enne ha trovato il coraggio di denunciare il compagno per tutto quello che le avrebbe fatto patire a partire dal 2016, quando lei era appena ventenne.

Imputato di maltrattamenti in famiglia un 29enne pugliese, difeso dall’avvocato Luigi Mancini, è finito a processo a febbraio, col giudizio immediato, davanti al giudice Giovanna Camillo. Presunta vittima la ex, una giovane originaria di Viterbo, dove la coppia si trpvava quando lei ha deciso di chiudere definitivamente la relazione.

Giovedì l’accusa ha chiesto una condanna a tre anni di reclusione per l’imputato. Titolare del fascicolo la pm Eliana Dolce, mentre la richiesta di giudizio immediato è stata accolta dal gip Giacomo Autizi,

Si è chiusa nel peggiore dei modi la convivenza della coppia, durata sette anni, a Cellino San Marco, in provincia di Brindisi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stato il mancato rientro al b&b da parte dell’uomo,  pregiudicato per furti, droga e armi, nonché assuntore di sostanze stupefacenti. 

Il 29enne si sarebbe allontanato e la compagna, dopo lunghe ricerche, lo avrebbe trovato sul litorale ferito e dolorante, in stato di evidente alterazione, pronto ad accusarla di essere lei la responsabile delle lesioni che, a detta sua, avrebbe riportato in uno “scontro” con un extracomunitario che lo avrebbe derubato a Roma.

Quando sarebbe arrivato a minacciarla col gesto del “ti taglio la gola” davanti alla figlia piccola, lei ha trovato il coraggio di denunciarlo e di chiudere per sempre. 

“Erano botte anche in gravidanza, mi prendeva a pugni e calci, minacciava di bruciarmi la faccia con l’acido”. Le minacce di tirarle l’acido sarebbero state una costante: “Nata la bambina, ha cominciato a minacciarmi di portarmi via la figlia e di ingaggiare terze persone per farmi violentare”, ha detto la ex in aula.

Il 29enne ha negato di avere mai toccato la ex compagna, ammettendo solo i messaggi vocali e non vocali di minacce sul telefonino, anche minacce di morte, che d’altra parte sono agli atti, nonché i continui litigi con la donna.

“Litigavamo perché eravamo gelosi l’uno dell’altro, ma erano litigi solo a parole e reciproci”, ha spiegato l’imputato, negando di averla fatta finire all’ospedale di Livigno quando era incinta e di averle fatto la posta davanti alla chiesa di Cellino con tanto di intervento dei carabinieri. 

Per lui ha testimoniato la madre, una 48enne venuta apposta da Cellino San Marco, che ha confermato le liti “scatenate dalla gelosia, perché lei era gelosa delle commesse del supermercato dove lui lavorava, ma facevano pace subito”, ammettendo qualche problema del figlio con gli stupefacenti e sottolineando di essere  tuttora in ottimi rapporti con la ex nuora e con la nipotina. 


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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