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Viterbo – “La tracheotomia andava effettuata subito, non appena il quadro si è aggravato, per consentire alla paziente una respirazione efficace”. Lo hanno detto e ridetto in tanti nel corso del processo per la morte in sala operatoria di una paziente obesa cinquantenne che doveva sottoporsi a un intervento di bendaggio gastrico.
Ieri è toccato a uno degli anestesisti intervenuti in soccorso del “titolare” e al medico legale Raffaella Rinaldi della Sapienza di Roma, entrambi per la difesa dell’anestesista dell’ospedale di Viterbo finito a processo per omicidio colposo. Ed è emerso anche come all’epoca dei fatti non fosse disponibile un video-laringoscopio.
La tragedia è avvenuta a Belcolle il 19 aprile 2017, quando la paziente, dopo una serie di complicanze durante l’anestesia, non si è risvegliata dalla sedazione al momento che il chirurgo ha deciso di rinviare l’operazione, perché si era perso troppo tempo e gli effetti del farmaco somministrato non sarebbero stati sufficienti per portare a compimento nei tempi previsto l’intervento.
A processo davanti al giudice Daniela Rispoli per omicidio colposo è finito l’anestesista responsabile quel giorno della sala operatoria numero 3. Anche se non fu il solo a intervenire. Sono intervenuti anche l’anestesista della sala operatoria adiacente – sentito ieri in videoconferenza da Perugia dove nel frattempo si è trasferito – nonché il primario di anestesia, che sarebbe stato chiamato d’urgenza in sala operatoria quando la situazione è precipitata.
Parti civili con l’avvocato Marco Russo i familiari della vittima. La cartella clinica anestesiologica porterebbe però solo la firma dell’imputato e risulterebbe incompleta e lacunosa, mancando gli accadimenti tra le 13,30 e le 14.05, ovvero prima e subito dopo la tracheotomia, tanto che la consulente si è dovuta avvalere delle testimonianze rilasciate in tribunale durante l’attività istruttoria per avere un quadro più completo della situazione e dare un senso alla relazione.
Poco dopo mezzogiorno del 19 aprile 2017, l’anestesista della vicina sala operatoria è giunto in soccorso dell’equipe quando è scattato il primo allarme, perché dopo tre tentativi di intubazione non riusciti, la saturazione della paziente stava colando a picco.
“Abbiamo gestito la ventilazione con una maschera ‘fast track’, che aderiva perfettamente, come fosse intubata, usandola come se fosse un laringoscopio. Una volta risolto il problema saturazione e messa in sicurezza la paziente per l’intervento, sono tornato alla mia sala operatoria, proprio mentre il chirurgo decideva di rinviare il bendaggio gastrico, essendosi fatto troppo tardi rispetto alla somministrazione del curaro, dicendo di risvegliare la paziente”.
Qualcosa però è andato storto. “Dopo circa un’ora la situazione era molto critica. Mi sono affacciato nuovamente e ho visto la stanchezza degli operatori, sfiniti dopo un’ora e mezza, chi in piedi e chi seduto, mentre la paziente era totalmente sola, cosa che mi colpì subito, per cui chiamai il primario di anestesia e gli dissi di scendere subito con urgenza in sala obesità. La maschera non teneva più, con l’orecchio sentivo un preoccupante rumore roco, col laringoscopio sentivo rantoli, c’era acqua negli alveoli”.
“La paziente aveva un edema polmonare, il primario subentrò al responsabile anestesista. Io gli dissi ‘adesso non ti muovi, va in tracheotomia, subito’. In caso di urgenza, di situazioni al limite, anche noi anestesisti siamo tenuti a fare la tracheotomia – ha quindi spiegato il medico – a me è capitato con una paziente ustionata con la bocca sigillata. Ma ero al pronto soccorso e c’era il kit per la tracheotomia, che in sala operatoria invece non c’era”.
La tracheotomia fu poi cominciata alle 13,46 e portata a termine alle 13,55. Pochi minuti dopo le 14 ci fu il primo arresto cardiaco, poi un altro, mentre cresceva la concitazione, fino alla morte della cinquantenne, il cui cuore non ha retto allo stress.
Mancano solo discussione e sentenza.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

