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Le fiamme le devastano il volto, denuncia il marito dopo sette anni: “È stato lui a darmi fuoco”

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Violenza - immagine di repertorio

Violenza – immagine di repertorio

Viterbo – Le fiamme le devastano il volto, denuncia il marito dopo sette anni: “È stato lui a darmi fuoco”.

A raccontare un tribunale la terribile verità è stata ieri la sorella della donna, che si è costituita parte civile contro l’ex coniuge con l’avvocato Giovanni Labate. L’uomo, difeso dall’avvocato Paolo Casini, è imputato davanti al collegio del tribunale di Viterbo di lesioni gravissime.

I fatti risalgono all’ora di pranzo del 21 ottobre 2013. “Mia sorella, che la sera prima  aveva litigato col marito e si era fermata a dormire da me coi due figli, mi ha chiamata al lavoro per dirmi che aveva avuto un incidente, che si era bruciata e che la stavano portando in ospedale con l’elicottero”, ha esordito la testimone. 

La versione ufficiale fu che col marito stavano bruciando delle stoppie in campagna quando la donna era stata vittima di un ritorno di fiamma. 

Poco dopo tutta la famiglia, compreso il marito, era al suo capezzale, al reparto grandi ustionati dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma.

“La potevamo vedere da dietro un vetro e il suo viso sembrava una maschera per quanto era bruciato, mentre il marito aveva le mani fasciate. A un certo punto, lui mi ha detto qualcosa, del tipo che era stato lui. Lì per lì ho pensato che volesse dire che non era riuscito a evitare l’incidente. Poi mi è venuto il dubbio, le sue parole mi avevano messo la pulce nell’orecchio. Allora la sera stessa, tornando dall’ospedale, siamo andati a vedere in campagna”.

“Sul luogo del presunto ‘incidente’ c’erano il pick-up bianco di mio cognato col lunotto posteriore infranto e le portiere chiuse, sangue e ciocche di capelli strappati sul cassone, una tanica a terra con ancora dentro della benzina e una striscia di erba bruciata. Ma sia lui che mia sorella hanno ribadito che era stato un incidente, quindi lei non ne ha più voluto parlare”.

La svolta nel 2020 quando, morto il padre, la presunta vittima si è confidata con la sorella e ha sporto querela contro l’ex marito, dicendo che l’imputato l’aveva tirata fuori a forza dal pick-up, rompendo il lunotto posteriore e prendendola per i capelli, quindi le aveva tirato addosso la benzina e le aveva dato fuoco. Nel frattempo erano già passati sette anni. “Mi ha detto di avere taciuto la verità per tutelare i due figli che all’epoca erano piccoli e per evitare che in paese si sapesse”, ha spiegato la teste.

“Dopo la querela, ci siamo subito attivati”, ha detto uno dei carabinieri della stazione del centro dei Cimini che si è occupato delle indagini. La vittima ha allegato alla denuncia un file audio di una conversazione tra lei e l’imputato, acquisita ieri agli atti del processo.

I militari hanno inoltre prodotto due conversazioni della donna col 118, da lei chiamato, in cui avrebbe riferito all’operatore di avere avuto un incidente. Ci sono poi i referti del pronto soccorso e una “traccia” dell’accaduto, classificato anche in questo caso come incidente, in un ordine di servizio dei carabinieri della compagnia competente. Da chiarire se i militari si siano recati sul posto. 

A settembre, prima che maturi la prescrizione, sono previste discussione e sentenza. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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