Carabinieri del Ris, reparto investigazioni scientifiche
Canino – Rapina a mano armata alla cooperativa agricola Doganella di Canino, salta la testimonianza del magazziniere. Ma il collegio si appresta a stringere i tempi del processo ai due banditi accusati del colpo messo a segno nel tardo pomeriggio del 6 novembre 2020, identificati nel 2022 grazie al Dna repertato dalla scientifica sul luogo del crimine.
Il dibattimento, che sarebbe dovuto riprendere martedì scorso davanti al collegio, a causa dell’assenza dell’ultimo testimone dell’accusa è stato rinviato al 10 settembre, subito dopo la pausa estiva. In quella data saranno calendarizzate le udienze successive per arrivare il prima possibile alla sentenza. Deve essere ancora sentito per l’appunto il magazziniere della cooperativa, parte offesa assieme a due dipendenti. che furono sequestrati fuori e riportati dentro dai banditi, dopo di che è in programma l’esame degli imputati, che sarebbero pronti a farsi interrogare.
Sono due pregiudicati: il viterbese rapinatore seriale di farmacie Angelo Nicola Serra, 45 anni, difeso dall’avvocato Luigi Mancini; e il 49enne siciliano Davide Ginevra, professionista delle rapine in banca, difeso dall’avvocato Antonino Ficarra del foro di Gela.
L’ultima udienza utile è quella dello scorso 9 gennaio, quando furono sentiti i due dipendenti che, appena usciti dalla cooperativa a fine giornata di lavoro, furono vittime di un ”agguato al buio” da parte di una coppia di banditi incappucciati, che li costrinsero a rientrare all’interno, dove c’era ancora un operaio.
“Ci hanno minacciati con una pistola vera non con una scacciacani”, hanno detto. Erano appena saliti sulle rispettive automobili quando sono stati obbligati a scendere con una pistola puntata sulla faccia dal finestrino, da due individui vestiti di scuro, incappucciati e coi volti travisati da mascherine anti Covid, cappelli, scaldacollo e occhiali.
“Il revolver era di metallo e sembrava un’arma vera”, hanno riferito entrambi i testimoni. “Quando il bandito lo ha infilato nella fessura del finestrino di guida puntandomelo alla testa, ho sentito rumore di ferro contro il vetro”, ha detto l’uomo, che sulle prime si è ribellato all’ordine di sdraiarsi per terra. “Non voltarti altrimenti ti sparo, ti faccio fuori”, gli avrebbe detto il siciliano da dietro per scoraggiarne un’eventuale reazione. “Quando, dopo averci fatti rientrare, hanno puntato l’arma contro il magazziniere, scarrellando prima la pistola per armarla, e il rumore è stato metallico”, ha riferito la donna, che invece ha ubbidito, terrorizzata, all’ordine di sdraiarsi per terra.
“Andando via ci hanno minacciati, dicendo di non chiamare nessuno perché sapevano chi eravamo e sarebbero venuti a cercarci”, hanno raccontato le parti offese. Una volta bloccati i due dipendenti all’esterno e avere sottratto all’uomo 150 euro dal portafoglio e il cellulare dalla borsa della donna, li hanno costretti a entrare nel magazzino, dove c’era un operaio, minacciato anche lui con la pistola per farsi consegnare i 1650 euro della cassa, obbligando poi tutti e tre a sdraiarsi sul pavimento, legando loro le mani dietro la schiena con delle fascette di plastica, per ritardare l’allarme mentre si davano alla fuga, lasciandosi dietro un’infinità di tracce.
Tracce di cui ha parlato con dovizia di particolari il maresciallo del Ris di Roma originario di Terni che ha analizzato i sei reperti. da cui sono emersi i profili degli imputati: uno scaldacollo blu, un cappellino nero, due guanti di lattice e un fazzoletto di carta riconducibili a Serra e un mozzicone di sigaretta riconducibile a Ginevra.
Ginevra, in particolare, il cui profilo era già presente nella banca dati, è stato incastrato dal mozzicone di sigaretta trovato sulla scena del crimine grazie a un colpo in banca commesso nel 2016. “C’era stata una rapina in una banca di Tortona, in provincia di Parma, dove uno dei banditi aveva perso sangue. Due anni dopo, nel 2018, grazie al confronto con il Dna trovato su uno spazzolino da denti, è emerso che il sangue era di Ginevra. Per questo il suo profilo era nella banca dati”, ha spiegato il militare.
Un bottino modesto, meno di duemila euro in contanti, ma la coppia di rapinatori, secondo quanto riferito in tribunale dai dipendenti, presumibilmente si aspettava di più: “Volevano sapere dove fosse la cassaforte, ma non c’era nessuna cassaforte”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
