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Spunta una pseudo intervista di Antoniozzi, neppure Stalin ha osato tanto…

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Viterbo – Neppure a Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, è mai venuta in mente una cosa del genere. Ma l’amministrazione Frontini non si fa mancare nulla e allora manda ai giornali una pseudo intervista dell’assessore alla Cultura, Alfonso Antoniozzi. Intervista inviata per giunta da tal Claudio Lattanzi che da qualche tempo intrattiene rapporti con la stampa non si sa a quale titolo. Ma su questa questione torneremo dopo.

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi

Chiara Frontini e Alfonso Antoniozzi


Ora, nessun addetto stampa/portavoce al mondo si sognerebbe mai di inviare un’intervista preconfezionata ai giornali. E nessun giornale al mondo pubblicherebbe un’intervista fatta da terzi, impacchettata e preconfezionata. Al di là delle questioni deontologiche elementari e fondamentali che guidano i giornalisti, che qui neppure poniamo visto il livello di non conoscenza del mestiere mostrato dal dipendente comunale in questione, anche il buon senso dovrebbe spingere a capire che un’intervista non può essere elaborata dallo stesso ente di cui si è assessori. 

Neppure nelle democrature più spinte questa cosa accade. Al massimo chi gestisce il potere, come in questo caso l’assessore e vicesindaco Alfonso Antoniozzi, si può scegliere una testata amica, un giornalista che fa domande in ginocchio. Ma no, neppure questo va bene all’amministrazione Frontini. In questa amministrazione le interviste se le fanno da soli. Come dire: se la cantano e se la suonano. Contenti loro, verrebbe da dire. Ma non è così. Un fatto del genere la dice lunga sul disprezzo per la stampa e per i cittadini. Sul tentativo maldestro di bypassare qualsiasi intermediazione e controllo. Qualsiasi critica.

Se un giornale pubblicasse la pseudo intervista inviata dal signor Lattanzi, tradirebbe i propri lettori. Con un bluff degno di un saltimbanco. E poi diciamola tutta: ma vi immaginate la stessa intervista pubblicata su più testate. Cosa dovrebbe pensare il lettore? Che siamo in un regime? Che tutti giornali sono uguali? Che tutti sono solo la voce del padrone?

A reti unificate parla una volta all’anno il presidente della repubblica in Italia? Basta e avanza. Ma anche in questo caso non è un’intervista. Che l’assessore alla cultura si sia montato la testa… Il presidente degli Stati Uniti parla alla nazione. Ma anche in quel caso non è una intervista. Ma la solenne comunicazione alla nazione su fatti decisivi del comandante in capo, ma delle forze armate. Perché le nazioni e le città non sono delle caserme. Almeno per ora.

Perfino Stalin o Putin quando hanno fatto interviste ci hanno tenuto ad avere un giornalista terzo. Stalin fu intervistato ad esempio dal grande scrittore di fantascienza George Wells. Putin da Oliver Stone. Addirittura. Nella prima intervista appare palese la tensione tra due modi di vedere il mondo. La seconda è certamente più debole. Ma in entrambi i casi si tratta di interviste vere. Di qualità diverse. La seconda un po’ meno buona, per dirla tutta.

Antoniozzi no, si fa intervistare dal “comune di Viterbo”. Una vera macchietta. Inimmaginabile. Una burletta.

La cosa che stupisce non è solo la sprovvedutezza di chi elabora una intervista del genere, ma chi, come l’assessore alla Cultura Alfonso Antoniozzi, si presta a questo gioco scorretto delle tre carte. E dire che Antoniozzi è vissuto negli Usa e dovrebbe sapere come funziona la stampa libera. Anglosassone.

La stampa libera non si fa preconfezionare autointerviste e tanto meno le pubblica. Ma niente, Alfonso Antoniozzi si fa fare una intervista a firma “comune di Viterbo” e la fa mandare ai giornali. Senza fare una piega. Nel corpo dell’email Lattanzi, quasi avesse un lontano sentore della paradossalità della cosa, spiega: “Vi mando quel testo, ribadendo che la formula intervista è scelta per trattare meglio i temi. La prende un pò (sic! ma po’ si scrive ?) alla larga, ma focalizza il cambiamento del sistema dal metodo dei bandi a quello delle convenzioni. Resto a vostra disposizione per ogni chiarimento. Grazie”. Questo il testo originale che la dice lunga sul mittente. 

Ribadiamo: un addetto stampa o un portavoce può inviare dichiarazioni e comunicati, mai interviste preconfezionate. Lattanzi “ribadisce” perché la disponibilità dell’intervista, per chi fosse interessato, era stata annunciata in una chat di whatsapp. E noi, increduli, abbiamo chiesto di inviarla via email. Non credevamo fosse possibile una cosa del genere. Nella democratura viterbese invece è possibile. Ovviamente l’intervista è stata inviata da una email privata del signor Lattanzi. Come dire: nessuna ufficialità. Nessun rispetto delle forme che in questo caso sono sostanza. Garanzia che chi parla lo fa a nome dell’amministrazione. Questione delicatissima. Ovviamente. Tanta sciatteria concentrata è inimmaginabile. Neppure nelle più fantasiose distopie è immaginabile.

L’intervista è tipicamente un tipo di articolo di iniziativa dei giornali ed è fatta dai giornalisti delle varie testate. Elementare Watson. Qui abbiamo invece l’ente metafisico “comune di Viterbo” che fa le domande, domande si fa per dire. Si tratta in pratica di scendiletto che permettono all’assessore di esprimere il suo “prezioso” pensiero. Senza obiezione, senza domande vere. Una vergogna giornalistica. Una intervista a dir poco fuffosa. Mai vista in oltre trenta anni di professione.

Il tutto inviato su una carta scarsamente intestata con la dicitura in cima “Città di Viterbo – La sindaca”. Come dire un guazzabuglio comunicativo che neppure un comune di un centinaio di abitanti metterebbe in atto. E qui stiamo parlando di un comune capoluogo di provincia. Un comune che ha un ufficio stampa ufficiale, che in tanti anni, ovviamente, non ha inviato mai delle interviste. Ma note, dichiarazioni, comunicati.

Non basta, la pseudo intervista, come ricordato, è stata annunciata in una chat di whatsapp denominata “Comunicazioni sindaca”, di cui è amministratore Lattanzi. Non si capisce a quale titolo. E alla quale sono stati ammessi una serie di giornalisti, non si comprende con quale criterio.

Il signor Lattanzi nella email del 2 luglio 2024 "portavoce della sindaca"

Il signor Claudio Lattanzi nella email del 2 luglio 2024 si firma e qualifica “portavoce della sindaca”


Il signor Lattanzi, che nella email del 2 luglio 2024 si qualifica “portavoce della sindaca”, non si capisce a quale titolo svolga questa attività. Il decreto sindacale del 16 maggio, con il quale è stato assunto dal comune a tempo determinato, spiega infatti che è stato “inquadrato nell’area degli istruttori, profilo professionale istruttore amministrativo”. Per quel poco che sappiamo di amministrazione, ci sembra che possa fare molte cose, ma non il “portavoce della sindaca”. Può svolgere attività di impiegato amministrativo. Non altro. Ma la sindaca Frontini, certamente ne sa di più di noi e ci metterà poco a spiegare questo bailamme amministrativo. Aspettiamo fiduciosi le spiegazioni della sindaca Frontini.

Va ricordato, solo per cultura generale, che gli addetti stampa e i portavoce sono regolamentati dalla legge n. 150/2000. Legge non menzionata nel decreto sindacale di assunzione, ovviamente. 

A questo punto  vanno fatte alcune domande alla sindaca Chiara Frontini e non solo.

Come è possibile che il signor Claudio Lattanzi si qualifichi come “portavoce della sindaca”?

A quale titolo Lattanzi gestisce la comunicazione della sindaca?

A quale titolo si rapporta con i giornali inviando comunicati, suggerimenti, interviste?

Come è possibile che, pur esistendo un ufficio stampa serio e qualificato, si utilizzino figure non previste e non abilitate?

Domanda alla segretaria generale Noemi Spagna Musso: Come è possibile che in un capoluogo di provincia la segretaria generale permetta di svolgere mansioni da personale che non le può svolgere?

Il prefetto, che sappiamo giustamente attentissimo alle regole, può permettere che tutto ciò accada?

Cosa pensano di questa penosa vicenda i sindacati della funzione pubblica?

Cosa pensano di questo guazzabuglio le opposizioni?

Di fronte a tutto questo non si può che essere sconcertati. Per divertimento di chi legge pubblichiamo la non intervista a firma del “comune di Viterbo”.  Si noti il livello delle domande e delle risposte. Tutto nel segno della fumosità e dell’ossequio a chi gestisce il potere. Ma ovviamente, ribadiamo, questa non è una vera intervista e non è stata fatta dalla nostra testata. La pubblicazione è in realtà una metapubblicazione di un documento utile a capire la strana situazione.

Ovviamente siamo a disposizione per fare una vera intervista ad Antoniozzi in cui magari si spieghi come mai, quando era all’opposizione sosteneva che il teatro Unione doveva fare produzioni proprie, ma da quando governa non abbia prodotto proprio nulla il suo teatro. Limitandosi a fare quel che facevano le passate amministrazioni tanto criticate. E magari spieghi anche certe scelte che dire povere e inutili è dir poco. In una città che in vita sua non è mai stata così povera di eventi culturali, come lo è adesso, specialmente d’estate. Con gli stessi viterbesi che preferiscono andare altrove. Ma tutto questo si può fare solo in una vera intervista. Anzi invitiamo l’assessore e vicesindaco nella nostra redazione per fare un vero e proprio focus con più giornalisti sulla questione. Ma, come si sa, uno il coraggio non se lo può dare. Meglio farsi intervistare dal “comune di Viterbo”.

Carlo Galeotti


Il testo integrale della pseudo intervista in tutto il suo splendore con tanto di suggerimento di titolo

Una nuova visione e una diversa impostazione della politica culturale. Parla il vice sindaco ed assessore alla Cultura Alfonso Antoniozzi

L’estate viterbese è densa di eventi culturali, quali sono i più significativi?
E’ molto difficile rispondere a questa domanda se non si chiarisce prima quale sia l’esatto significato della parola “cultura” che, volendo, potrebbe abbracciare ogni singola azione dell’essere umano che modifichi il corso naturale delle cose. Paradossalmente, persino decidere di non agire sul corso delle cose può essere considerata una forma di cultura: la cultura dell’inazione è, comunque, una scelta culturale. Vede com’è complesso? Per il mio personale punto di vista e per tentare una qualche forma di risposta alla sua domanda, cultura è tutto quanto non si limiti al mero intrattenimento e si sforzi di prendersi cura della crescita individuale dell’essere umano come singolo e della società come corpo collettivo, dunque gli eventi per me più significativi sono quelli che remano in questa direzione, che suggeriscono una chiave di lettura della nostra vita e della nostra società diversa da quella che pensiamo di avere in tasca, che ci mettono in contatto con le altrui esperienze di vita, che ci stimolano, che ci pungolano, magari persino che ci indignano ma che non ci lasciano né indifferenti né tantomeno accontentati. Non le farò mai un nome preciso perché l’ultima cosa che vorrei innescare è una polemica da bar, ma gli operatori culturali che remano in questa direzione sanno benissimo chi sono, e li ringrazio .

In un capoluogo di provincia un assessore alla cultura è chiamato a fare scelte selettive, quali sono i criteri a cui si ispira?
Quelli cui accennavo nella mia precedente risposta. Poi è ovvio che la missione di un assessore sia ben diversa da quella di un organizzatore privato: l’assessore ha l’obbligo morale di sostenere, coordinare, mettere in rete, far dialogare tutte le multiformi realtà che si occupano di quell’enorme calderone semantico che chiamiamo cultura e magari persino di riuscire a far comprendere che alcune iniziative, senza che questo nulla tolga alla loro validità, sarebbe più logico attenessero a una missione amministrativa diversa, sia questa il settore del sociale, del turismo, dello sport o dello sviluppo economico. C’è da districare un fraintendimento ultradecennale, e non è missione semplice.

Quanto investe in cultura il Comune di Viterbo?
Non posso darle una cifra precisa perché varia di anno in anno a seconda delle disponibilità del bilancio dell’ente. Nell’anno corrente, se togliamo dal computo il sostegno alle feste patronali , le spese per la Macchina di Santa Rosa e il contributo al Consorzio Biblioteche (che sono, di fatto, spese ricorrenti e che pure vanno ascritte nel bilancio del settore), tra stagioni teatrali invernale ed estiva, fondi del bando cultura, eventi in convenzione, sostegni diretti e indiretti alle iniziative superiamo tranquillamente il mezzo milione di euro. Giova ricordare sempre che ogni euro investito in cultura, come una veloce ricerca in rete potrà confermarle, è bene investito. Per farle un esempio: il solo Festival Barocco Stradella, che pure può essere considerato un evento di nicchia, ha avuto una ricaduta economica verso artisti, professionisti, servizi e aziende viterbesi di poco meno di 58.000 euro a fronte di un investimento di 22.500 euro da parte dell’Amministrazione. E mi creda quando le dico che a mio parere un’ offerta culturale si giustifica da sé, senza bisogno di cifre, ma di questi tempi pare sia fondamentale dimostrare che la cultura abbia una ricaduta economica per giustificarne gli investimenti. Ce l’ha.

In quale direzione vorrebbe che si indirizzasse la vita culturale della città nel prossimo futuro?
Mi piacerebbe ci fosse da parte di ciascuno di noi, me compreso, ogni giorno, la consapevole presa di coscienza del fatto che la soglia di porta Faul non segna i confini del mondo.

E’ noto che la sua posizione è quella di puntare su alcuni eventi culturali che siamo qualificanti piuttosto che “distribuire” risorse anche per sostenere iniziative minori. E’ questo il motivo per il quale intende passare dal bando per la cultura alle singole convenzioni? Cosa cambierebbe?
Questa decisione consentirebbe alle realtà in crescita, come pure a quelle realtà già adulte ma le cui disponibilità economiche e, per conseguenza, le cui capacità di programmazione sono in sofferenza perché in attesa, ogni anno, delle decisioni e dei tempi a volte biblici dei meccanismi amministrativi, di avere la certezza di un gruzzolo su cui contare e grazie al quale poter cominciare a immaginare una programmazione triennale e lungimirante. Il nostro regolamento è al momento particolarmente stringente: chiede dieci anni di presenza sul territorio e almeno trentamila euro di investimento sull’evento per cui si chiede di essere messi in convenzione. Se il Consiglio Comunale sarà dell’opinione, mi piacerebbe allargarne un poco le maglie ovviamente immaginando una forma di contributo meno importante di quello riservato a chi, al momento, ottempera alle attuali condizioni regolamentari e altrettanto ovviamente subordinando la scelta dei destinatari degli eventuali contributi a una procedura di evidenza pubblica.

La vita culturale della città è densa di eventi legati alla tradizione che hanno spesso un carattere locale di grande profondità, adesso che il Comune è in competizione per la candidatura a Capitale europea della Cultura 2033, quale è la strategia per far assumere una dimensione internazionale a questa identità cittadina?
Il processo di candidatura, che è ancora in culla, è esso stesso motore che rema verso una direzione internazionale. Già oggi esistono sul territorio realtà culturali che interagiscono in maniera fruttuosa con altrettante realtà europee. Un nome per tutti? Quartieri dell’Arte. Non si deve però pensare che per aggiudicarsi il titolo bisogni dimostrare di essere una realtà che abbia già una dimensione internazionale, altrimenti Berlino sarebbe capitale europea della cultura a vita. L’istituzione premia invece il progetto più valido che remi verso questa direzione, e che lo faccia applicando una metodologia che metta in rete tutti gli agenti del territorio sia culturali che imprenditoriali che politici. E’ un progetto a tutto campo che non può, anzi non deve, essere gestito direttamente dall’Amministrazione ma da un soggetto terzo massimamente partecipato in cui l’Amministrazione dovrà certamente far la sua parte. Stiamo lavorando alla costituzione di questo soggetto. Concluso questo passo, sarà questo soggetto a individuare la strategia di cui lei parla.

Il progetto per il Centro di produzione teatrale deve essere considerato ormai archiviato?
Si va avanti, a piccolissimi passi, restando in attesa di un cenno di vita da parte delle realtà imprenditoriali che pure già collaborano alla vita culturale della città. Mi auguro che credano nelle potenzialità del teatro Unione come moltiplicatore di cultura e di economia così come accade in ogni città che abbia avuto il coraggio di rendere il proprio teatro un centro produttivo.

Comune di Viterbo


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