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“Sono stati i penitenziari ad aggredire il detenuto, ammazzato di botte perché pensavano nascondesse droga”

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla

Viterbo –  (sil.co.) – È stato assolto ieri con formula piena un detenuto quarantenne originario del litorale romano che a febbraio 2018, secondo l’accusa, aveva aggredito un gruppo di agenti penitenziari del carcere “Nicandro Izzo” di Viterbo.

Imputato di resistenza a pubblico ufficiale e porto di arma proibita, per un coltellino che avrebbe avuto addosso, ieri è stato assolto con formula piena dal primo reato, “perché il fatto non sussiste”, mentre è stato dichiarato estinto per prescrizione il secondo. Il pm aveva chiesto al giudice Giovanna Camillo una condanna a sei mesi di reclusione per il reato di resistenza. 

Durissima nei confronti della gestione dell’episodio la difesa, che ha puntato a sua volta il dito contro i presunti pestaggi e abusi da parte della penitenziaria nei confronti dei detenuti, saliti agli onori della cronaca quell’anno, dei quali si è occupato anche il garante, che hanno avuto un tragico epilogo nel suicidio del 21enne egiziano Hassan Sharaf e nelle vicende giudiziarie ancora in corso che ne sono seguite. 

“Ci sono state inchieste giornalistiche – ha sottolineato il legale – il mio assistito, tossicodipendente e claustrofobico, è stato portato in cella di isolamento, nella cosiddetta ‘rotonda’, di cui abbiamo chiesto le riprese delle telecamere della videosorveglianza interna, senza successo”.

“È stato picchiato, preso e calci e pugni – ha proseguito il difensore – ha riportato la perforazione del timpano, è stato ammazzato di botte, perché pensavano che nascondesse dello stupefacente. È stato aggredito da più di cinque agenti, almeno sei-sette, non è stata un’azione di contenimento”.

Il giudice, accogliendo le istanze della difesa, ha assolto con formula piena l’imputato. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 


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