Viterbo – Parco Melvin Jones – Le nuove panchine in peperino
Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Parco Jones Melvin.
Esiste una definizione bella e semplice di design che recita in questo modo: “Il design è aggiungere esteticità a una funzione”. Intendendo per funzione il tavolo che deve reggersi in piedi, la fontana che deve tenere l’acqua. Non si riesce a trovare questa definizione nelle panchine del parco Jones Melvin che mortificano di fatto la tradizione degli scalpellini viterbesi che tanto ci hanno lasciato e di cui possiamo essere fieri. Difficile trovare nelle interruzioni lapidee messe a terra un senso, se non quello macabro di ferire il rigoglioso prato. Oltre ad essere un intervento del tutto incomprensibile, queste fasce di pietra, che seguono direzioni casuali e improvvisate, limitano la profondità tra il marciapiede e le mura. Vista la loro inutilità estetica e strutturale, potevano tranquillamente rimanere nella mente del progettista.
Fiorenzo Mascagna
Quando si lavora in urbanistica l’ultima cosa da non fare è dare ascolto al proprio gusto personale, perché quello nel quale si sta operando è il luogo di tutti, ecco perché il concetto di urbanistica corrisponde alla definizione di “spazio collettivo del rituale umano”. Qualsiasi intervento in qualsiasi luogo deve tener conto che l’area è governata da strutture nascoste, come linee guida, punti di forza, assorbimenti di pesi visivi che vanno considerati, altrimenti si assiste alla messa in scena della vanità umana. Questo errore lo ritroviamo spesso nelle aiuole messe attorno ad alberi secolari che certamente non tollerano la riduzione drastica del loro spazio fisico e visivo. La proprietà terriera di un albero viene stabilita dalle fronde che si specchiano a terra. Disegnare forme geometriche attorno al tronco vuol dire a non aver compreso il linguaggio dell’albero, non percepirne l’organicità strutturale. Soltanto la presunzione umana può assegnargli un perimetro entro il quale stare.
A completare il quadro non troppo edificante dell’intervento ci sono le panchine disseminate lungo il parco che è sostanzialmente una fascia di verde che separa le mura cittadine dalla strada. Più che di panchine si tratta di una rivisitazione della seduta, tra l’altro vista e rivista tra gli anni Settanta e Ottanta. Se poi sono sparite una ragione deve esserci. Le strutture in ferro che accolgono lastre di peperino appena smussate, rendono di fatto queste sedute fredde e prive di un benché minimo richiamo alla tradizione. Chiediamoci se Viterbo non abbia in fatto di lavorazione della pietra una storia locale da rifrequentare.
Come a nessuno verrebbe in mente di incollare al soffitto lastre di metallo, è difficile concepire allo stesso modo la pietra che non scarichi il suo peso a terra. Conta poco che la base sia solida; è una soluzione inutile perché siamo abituati a vedere la panchina come corpo unico; è facile che non venga neppure utilizzata perché il “vuoto” messo a sostegno della pietra qualche ansia la crea. C’è da aggiungere che il metallo soffre il tempo più dei materiali lapidei. Da sempre le panchine in peperino trovano nella loro completezza il carattere decorativo con il bordo della seduta rigorosamente lavorato a toro o a becco di civetta.
Di licenze poetiche in questa area a verde indubbiamente preziosa, che interrompe il lastricato di peperino sotto le mura, non se ne avvertiva l’esigenza perché non apportano alcun valore, ma anzi feriscono un prato che semplicemente chiedeva di essere lasciato in pace. Ci sarebbe stata bene magari una fontanella in peperino che riprendesse i canoni della tradizione con i quali gli scalpellini hanno accompagnato la crescita cittadina.
Fiorenzo Mascagna

