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“Io disabile, invitata a un matrimonio ma non posso entrare in chiesa a causa delle barriere architettoniche”

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Una foto della mostra "Io qui non posso entrare"

Una foto della mostra “Io qui non posso entrare”

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Sono Maria Laura De Luca e mi rivolgo al vostro giornale per mettervi al corrente di una notizia ma di certo non di una novità.

Il tema è ancora quello polveroso e spinosissimo delle barriere architettoniche, l’argomento che spinge la maggior parte delle persone a fare spallucce e girare pagina pensando: “Un altro handicappato che non può entrare qui o lì”.

Non nascondo che sarei contenta di poterlo fare anche io ogni tanto, se non fosse che l’handicappata che non può entrare, evitando perifrasi utili solo a pulirsi la coscienza, sono proprio io. Il gesto di scorrere via velocemente articoli così noiosi, pesanti e maledettamente ridondanti, è comprensibile nelle persone che non sono toccate dal problema.

Il punto è che spesso lo stesso atteggiamento si può riscontrare anche in persone che in realtà sono direttamente interessate dalla questione, non in quanto portatori di handicap, ma perché incaricati di rendere accessibili i luoghi di culto.

La sottoscritta, in questa precisa occasione, ma se ne potrebbero citare molte altre, è stata invitata a un matrimonio che sarà celebrato nella meravigliosa cattedrale di San Lorenzo.

Al contrario di tutti gli altri invitati, non si è dovuta preoccupare solo dell’abito e del parrucchiere ma, vivendo in questa fantastica città, ha dovuto preoccuparsi con ben tre mesi di anticipo della possibilità di entrare nella chiesa luogo dell’evento.

E proprio tre mesi fa è stata rassicurata telefonicamente dal personale della curia sul fatto che non ci sarebbe stato alcun problema. Si è parlato di un passaggio alternativo e dell’unica necessità di informare nuovamente la curia dell’esigenza a pochi giorni dalla celebrazione.

L’altro giorno, quindi, ho nuovamente contattato chi di competenza ma mi è stato risposto che ci sono tre scalini e non è possibile posizionare una pedana per l’accesso. Il problema, ovviamente, è sempre della soprintendenza o di qualche permesso o di questo o quell’altro cavillo legale.

Viviamo in un paese talmente burocratizzato che c’è assolutamente da crederci, quello che mi lascia sbalordita è che undici anni fa, quando ho partecipato alla mostra sulle barriere architettoniche realizzata dalla fotografa Lietta Granato dal titolo “Io qui non posso entrare”, c’era esattamente lo stesso problema.

Ho girato l’Europa, sono entrata nei castelli di Dublino, nelle residenze della principessa Sissi a Vienna, sono arrivata sul tetto di Casa Batllò a Barcellona, sono entrata a San Pietro a Roma, sul tetto anche del duomo di Milano, guardatevi intorno, vi prego, prendete esempio da qualsiasi altra realtà, può solo fare bene a voi e a noi.

Viste le innumerevoli situazioni in cui mi trovo quotidianamente a combattere con questo modo di eludere obblighi normativi o di attaccarsi al cavillo normativo proprio per eludere l’obbligo, (sì, c’è anche questo), tenuto conto del titolo provocatorio della mostra di ormai undici anni fa, dalla quale poco o niente sembra essere cambiato, fiera della sensibilità con cui si fanno scelte giuste e rispettose nei confronti dei nostri amici a quattro zampe, fino a vederli entrare in negozi in cui io non posso, fino a scegliere, giustamente, di modificare tradizioni come gli spettacoli pirotecnici nel rispetto della loro salute e della loro tranquillità, alla luce di tutto questo vi pregherei di rivolgere questa sensibilità anche verso le persone con handicap, che non hanno bisogno di indorare una pillola di cui conoscono perfettamente il sapore con l’utilizzo di inutili eufemismi, hanno bisogno di entrare in chiesa per un matrimonio, o in gelateria per scegliere i gusti di una coppetta. Avere un “trattamento da cani” in alcuni casi, contro ogni attribuzione semantica a cui siamo avvezzi, potrebbe essere migliorativo.

Sono in attesa di ricevere notizie dalla curia vescovile per sapere se riusciranno a trovare una soluzione, altrimenti dovrò aspettare fuori e perdermi la cerimonia, ma c’è una domanda che mi ronza in testa: “E se la sposa fossi stata io?”

Maria Laura De Luca


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