Viterbo – Picchia la compagna perché sta troppo su Facebook, subito a processo.
La cosa curiosa è che l’imputato è sottoposto dalla primavera scorsa alla misura cautelare dell’allontanamento rafforzato dal braccialetto elettronico che però non ha mai funzionato, suonando indiscriminatamente e procurando continui falsi allarmi. Tanto che la stessa vittima lo ha riconsegnato.
Il gip Rita Cialoni ha nel frattempo accolto la richiesta di giudizio immediato della pm Aurora Mariotti per l’uomo, un 42enne che all’epoca dei fatti era residente con la famiglia in un centro dei Cimini. Difeso dall’avvocato Paolo Delle Monache, è accusato davanti al collegio del tribunale di Viterbo di maltrattamenti e lesioni aggravate.
Il difensore Paolo Delle Monache
Dalla scorsa primavera. come detto, è sottoposto al divieto di avvicinamento rafforzato dal braccialetto elettronico. Peccato che non abbia mai funzionato bene e che da luglio abbia smesso del tutto, come ha rivelato martedì la difesa durante l’udienza di ammissione delle prove, chiedendone la disattivazione. Al punto che la stessa parte offesa, una 38enne assistita dall’avvocato Clementina Bracci, alla luce dei continui falsi allarmi ha riconsegnato la sua parte di dispositivo.
I maltrattamenti sarebbero andati avanti dal 2021 allo scorso 29 marzo, quando l’imputato avrebbe messo per l’ennesima volta le mani addosso alla convivente, prendendola per il collo e facendole sbattere il viso contro lo spigolo di un tavolino mentre tentava di liberarsi dalla stretta che la stava soffocando, con una prognosi di sette giorni. Le indagini lampo dei carabinieri, coordinati dalla procura, si sono chiuse con la richiesta di giudizio immediato già il 24 maggio, dopo appena due mesi.
A partire dal 2021 avrebbe cercato in tutti i modi di impedire alla vittima di avere contatti con altre persone, esercitando in particolare “un controllo ossessivo sull’uso dei social network, prendendole il cellulare e controllando le chat e i messaggi Whatsapp nonché minacciandola verbalmente”.
Il 42enne nel dare sfogo a una “gelosia incontrollata” l’avrebbe accusata di trascurare i suoi doveri di madre, la casa e il lavoro per colpa dei social network. A fine 2022, in particolare, scoprendo alcuni video e foto intimi della compagna sul cellulare, l’avrebbe aggredita dicendole “vai a capire con chi te la fai, sei una puttana”, minacciandola di portarle via i figli.
Da inizio 2024, infine, una escalation di violenza: a gennaio le ha sferrato uno schiaffo al culmine di un litigio, a febbraio l’ha colpita con un calcio ai reni e infine a marzo l’ha presa per il collo, davanti al figlioletto di cinque anni. In seguito alla denuncia sporta ai carabinieri, dallo scorso 9 aprile il 42enne è sottoposto alla misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare, rafforzata dal braccialetto che però per l’appunto non avrebbe mai funzionato.
A spiegarlo martedì al collegio, pm Paola Conti, è stato il difensore Paolo Delle Monache. “Suonava indiscriminatamente, tanto che la stessa parte offesa, a giugno, ha riconsegnato la sua parte del dispositivo che creava continui allarmi ingiustificati. Da luglio, inoltre, il braccialetto del mio assistito non funziona più, dicono ‘per motivi tecnici'”, ha spiegato il legale, chiedendone la disattivazione.
Una circostanza nuova per la pm Paola Conti che, non sapendone nulla, si è riservata di chiedere delucidazioni alla polizia giudiziaria. Il collegio nel frattempo ha sentito sulla questione la parte offesa, che era presente in aula, la quale tramite la sua legale ha confermato che il braccialetto elettronico era malfunzionante: “Suonava indiscriminatamente, una volta mentre il mio ex compagno si trovava a 200 chilometri di distanza, sono stata costretta a riconsegnare il dispositivo, pur mantenendo l’allontanamento”.
Il processo entrerà nel vivo a fine ottobre, quando saranno ascoltati la parte offesa e gli altri testimoni, per poi procedere con la discussione.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
