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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Oggi 11 ottobre ricorre il Coming out day, giornata in cui la comunità queer e trans* internazionale celebra il coming out.
Il coming out è la dichiarazione – più o meno ampia – del proprio orientamento sessuale quando questo non corrisponde all’eterosessualità e/o della propria identità di genere quando questa non corrisponde al proprio genere assegnato alla nascita; è, essenzialmente, quel momento in cui una persona queer o trans* sceglie di annunciare la propria identità al mondo.
Spesso si inizia con le persone di cui ci si fida di più (amiche e amici, familiari, insegnanti) e poi progressivamente ci si allarga.
Il coming out, ad ogni modo, non ha un percorso fisso e prestabilito a priori, ed è anzi un’esperienza personalissima che ognuna e ognuno definisce in modo unico secondo le proprie esigenze.
Il coming out si celebra ad ogni età, da giovani o da adulti; alcune scelgono di non farlo mai pubblicamente ma solo a persone selezionate, altre ci tengono a celebrare la propria identità sempre e ovunque tanto da riportare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere anche sui social network.
Al di là della forma o del momento in cui viene svolto o del percorso che si segue, il coming out è sempre valido.
Ad oggi, purtroppo, non tutte le persone queer e trans* possono permettersi di condividere liberamente con altre persone la propria identità, e chi lo fa si espone comunque a rischi molto importanti: discriminazioni a scuola, sul luogo di lavoro, nella propria comunità religiosa e non solo, bullismo, soprusi di ogni genere finanche ad arrivare alla violenza fisica, come testimoniato dalle aggressioni ai danni delle persone queer e trans* ormai quasi all’ordine del giorno (vedasi, tra gli ultimi avvenimenti, l’aggressione omofobica del 15 settembre a Firenze e quella di inizio estate fuori da una discoteca romana).
Il coming out diventa un qualcosa di ancora più difficile soprattutto in piccoli territori come il nostro, dove basta poco, una voce di troppo, affinché si diventi “la lella” o “il ricchione” del paese.
Nonostante tutto, come persone queer e trans* continuiamo a praticare il coming out (che porta questo nome poiché indica l’atto di “uscire dall’armadio”) perché per nostra natura ci rifiutiamo di conformarci ad un sistema che vuole negare le nostre esistenze; il coming out, in fondo, è a tutti gli effetti uno strumento di lotta. Siamo esseri umani, vogliamo essere riconosciuti come tali con tutti gli elementi che compongono le nostre identità, tutti e non solo alcuni, e vogliamo poter vivere i nostri corpi e le nostre emozioni senza doverle necessariamente nascondere o occultare, ma seguendo invece i modi e le forme decise da noi. Siamo orgogliose e orgogliosi di ciò che siamo e non abbiamo paura di gridarlo al mondo.
Per rispettare il diritto all’autodeterminazione delle persone queer e trans* è importante rispettare alcuni principi di umanità, che qui riportiamo.
1) Tutte le identità sono legittime; mettere in discussione l’identità di una persona queer o trans* nel momento del coming out rischia di far sentire la persona non al sicuro e di aumentare le sue sofferenze.
2) Il coming out è un gesto personale e non può essere imposto. Rivelare intenzionalmente o meno l’identità sessuale altrui senza il consenso della persona interessata è una forma di violenza che porta il nome di “outing”.
Per fortuna, come testimoniato anche dell’incremento sempre più importante dell’affluenza ai Pride, sempre più persone e comunità (commercianti, sindacati, partiti, associazioni, religioni, ecc.) sono vicine alla lotta queer e sono disposte a mettersi in gioco con i propri corpi per contrastare ogni forma di discriminazione e per garantire a tutte e tutti diritti e uguaglianza.
In particolare, l’ultimo TusciaPride ci testimonia che, al di là di tutto, anche a Viterbo esiste un popolo arcobaleno che aspetta solo l’occasione giusta per un grande e sentito coming out collettivo.
TusciaPride
