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Detenuto impiccato in cella, processo bis all’ex direttore assolto da omicidio colposo

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Roma – Detenuto impiccato in cella, processo bis all’ex direttore assolto da omicidio colposo. La procura generale ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado del gip del tribunale di Viterbo. No dei familiari del 36enne romano morto il 21 maggio 2018, padre di cinque figli. 


Il carcere di Viterbo - Nel riquadro Andrea Di Nino

Il carcere di Viterbo – Nel riquadro Andrea Di Nino


In attesa che entri nel vivo il processo per omicidio colposo per la morte di Andrea Di Nino che per due sanitari e un penitenziario  si è aperto col rito ordinario davanti al giudice Jacopo Rocchi, ha preso il via il 30 settembre a Roma il processo d’appello scaturito dal ricorso della procura contro la sentenza del gip Giacomo Autizi del tribunale di Viterbo che ha assolto in abbreviato l’ex direttore Pierpaolo D’Andria, difeso dall’avvocato Marco Russo. 

Di Nino è il 36enne romano padre di cinque figli detenuto per spaccio che fu trovato impiccato in una cella d’isolamento del carcere di Mammagialla la sera del 21 maggio 2018. L’ex direttore è stato chiamato a rispondere a titolo di cooperazione colposa della morte del detenuto. 

La discussione è iniziata con le requisitorie della procura generale di Roma e delle parti civili. In particolare la prima che svolge le funzioni requirenti nel grado di appello ha ritenuto ineccepibile il percorso motivazionale del giudice di primo grado viterbese ed ha concluso chiedendo la conferma dell’assoluzione emessa in primo grado, in totale disaccordo con le parti civili che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei motivi di appello e la riforma della sentenza di primo grado.

A fine mese proseguirà la discussione delle parti civili, quindi toccherà alla difesa dopo di che la corte si ritirerà in camera di consiglio per la decisione.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 

 


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