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Viterbo – (sil.co.) – “Tu sei brutta e nera, io bello e biondo… merito una bionda”. È entrato nel vivo così, coi “complimenti” che faceva alla moglie, il processo per violenza domestica aggravata al quarantenne inglese finito prima ai domiciliari e poi in carcere, dove si trova tuttora, in seguito alla denuncia della ex moglie peruviana che, dopo tre figli e una relazione durata dal 2011 al 2024, ha deciso di darci un taglio e cambiare vita.
Lei cinque anni fa ha aperto una sartoria e si è emancipata. “A un certo punto, ho preso una casa in affitto per me e i nostri tre figli e me ne sono andata via senza dirgli niente”, ha spiegato.
Imputato davanti al collegio, il suddito di sua maestà salito agli onori della cronaca la scorsa estate perché avrebbe costretto la moglie incinta a uscire a passeggio, nonostante la gravidanza a rischio, procurandole un parto prematuro. La coppia, residente in un centro della provincia, ha tre figli di 12, 8 e 6 anni, tutti nati col cesareo. Motivo per cui il quarantenne non avrebbe perso occasione per dire alla moglie frasi del tipo: “Non sei una madre perché hai partorito col cesareo e non hai sofferto”.
A Natale dell’anno scorso, mentre coi figli andavano a pranzo dai parenti di lei a Roma, dopo aver fatto un monte di scene, avrebbe fatto per investirla: “Poi mi ha detto che non era per farmi male, ma solo per spaventarmi”.
Ieri è stato il giorno della testimonianza fiume della donna, parte civile con l’avvocato Dominga Martines, che ha chiesto per la sua assistita la protezione del paravento per evitarle di incrociare lo sguardo dell’ex, seduto in prima fila accanto al difensore Lorenzo Lepri. Pubblico ministero il dottor Michele Adragna.
“Mi umiliava davanti a tutti dicendo che venivo dal terzo mondo, che ero nata tra le montagne e non sapevo neanche che la terra fosse tonda”, ha raccontato la vittima, assieme ad altre mille mila vessazioni. L’avrebbe anche picchiata abitualmente e violentata: “Siccome mi tradiva, non volevo più fare sesso con lui, ma lui la sera, mentre i figli dormivano, mi prendeva e io per loro lo lasciavo fare”.
Nel 2019 le cose, almeno dal punto di vista lavorativo, per la famiglia sarebbero andate ancora bene. “Lui dal 2011 aveva un noleggio bici vicino al Colosseo e organizzava tour per i turisti. Io nel 2019, sapendo cucire e disegnare, mi sono comprata una macchina per cucire e ho aperto una mia sartoria, che è andata subito benissimo, con richieste dalle migliori boutique. Anche durante il Covid, quando si preparavano le collezioni per il dopo pandemia. Mio marito invece, col lockdown e le restrizioni, ha perso i turisti, per cui ha dovuto chiudere il negozio e poi vendere le biciclette per andare avanti”, ha spiegato la parte offesa.
Botte e insulti sarebbero stati una costante del rapporto di coppia, nonostante 13 anni insieme e la nascita di tre figli. “La prima volta che mi ha picchiata è stato nell’agosto del 2012. Poi mi portava spasso, io sempre con gli occhiali scuri e le maniche lunghe per coprire i lividi”, ha spiegato la donna.
Si torna in aula a fine febbraio per sentire la versione dell’imputato, mentre a marzo è prevista la sentenza.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

