Viterbo – Maxirissa del 26 aprile al Sacrario, nel vivo il processo al conducente della macchina piombata tra la folla. Movente della spedizione punitiva sarebbe stata una lite tra due mamme per difendere le rispettive figlie adolescenti. Nei guai sono finiti i padri, oltre a un amico e a un fratello minorenne.
È entrato ieri nel vivo davanti al giudice Giovanna Camillo il processo a uno dei tre arrestati le cui strade si sono nel frattempo divise.
Alla sbarra il 46enne viterbese Alessio Denocenti, accusato anche di lesioni aggravate dall’uso della macchina come arma contro il rivale, per avere investito il 33enne d’origine afgana Hosseini Mohammad. Denocenti è difeso dall’avvocato Luigi Mancini, sostituito ieri in udienza dalla collega Nicol Crocetti.
Il 35enne Paolo Trabalzi, che era sull’auto guidata da Denocenti al momento della spedizione punitiva e armato di bastone avrebbe dato il via alla rissa scagliandosi contro l’afgano, è uscito di scena patteggiando una condanna a otto mesi, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito, dopo l’accoglimento della richiesta di giudizio immediato della procura.
Per la medesima ragione era stata stralciata la posizione del 33enne d’origine afgana Hosseini Mohammad. Ma anche per Mohammad si è riaperta la strada del rito ordinario, in seguito al mancato accordo sull’entità del patteggiamento, per cui comparirà fra qualche settimana davanti al giudice monocratico del tribunale di Viterbo, quando riprenderà il processo a Denocenti,
Maxirissa al Sacrario – nei riquadri da sinistra Alessio Denocenti, Hosseini Mohammad, Paolo Trabalzi
Ciò detto, durante l’udienza di ieri l’ex suocera di Trabalzi, una 68enne del capoluogo, ha fatto chiarezza su quello che sarebbe stato il movente delle scene da far west che, poco dopo le 18.30 di venerdì 26 aprile hanno creato il panico tra la gente che affollava piazza Martiri d’Ungheria, tra via Marconi e la chiesa degli Almadiani, dove è piombata l’auto A4 bianca guidata da Denocenti, da cui è sceso Trabalzi armato di una mazza da baseball con cui si è scagliato contro Mohammad.
Tutto sarebbe partito da uno scontro fisico tra due mamme, l’ex compagna di Trabalzi e la moglie di Mohammad. “Mia figlia – ha spiegato in aula l’ex suocera di Trabalzi – aveva ripreso la figlia adolescente di Mohammad, che stava seduta su un muretto, dicendole ‘se mia figlia non ti sta simpatica, non la guardare quando passa’. Al che la madre della ragazza, moglie di Mohammad, che era dietro, le ha dato una spinta, scaraventandola a terra, mentre mia figlia teneva per mano la mia nipotina più piccola”.
Poco dopo sarebbe scoppiato il caos, quando sul posto si sono precipitati Trabalzi e Denocenti, piombando con l’auto tra la folla, in soccorso delle figlie e della ex di Trabalzi, scontrandosi con la famiglia di Mohammed che anche, al completo, stava trascorrendo il pomeriggio al Sacrario.
Nel frattempo un testimone, da un vicino esercizio commerciale, ha ripreso tutto col telefonino, fornendo la prova regina della guerra tra le due fazioni a polizia e carabinieri ,che per sedare la maxi rissa sono dovuti ricorrere allo spray urticante.
I tre contendenti, finiti prima a Belcolle e poi ai domiciliari in seguito al violentissimo episodio, se la sono cavata con prognosi tra i 3 e i 7 giorni.
Una curiosità, all’arrivo delle forze dell’ordine stava sopraggiungendo un uomo armato di martello, inizialmente denunciato a piede libero, che sarebbe stato pronto anche lui a lanciarsi nella mischia.
Erano le 18,37 quando in base ai filmati, Mohammad claudicante dopo l’investimento si è accasciato in ginocchio davanti agli Almadiani, sorretto dalla moglie. Nei guai è finito anche il figlio 17enne, che per sostenere il genitore si era accanito contro la macchina a colpi di casco ed è stato deferito alla procura minorile di Roma.
Multimedia: Fotogallery: Maxirissa al Sacrario – Video: Spranghe, botte e vetri rotti… gli scontri al Sacrario
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
