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Rapina da Bracci, traduttore napoletano per le intercettazioni che hanno incastrato il boss Trovato

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Viterbo – Traduttore napoletano per le intercettazioni che hanno condotto gli investigatori sulle tracce del boss calabrese di mafia viterbese Giuseppe Trovato e del presunto complice campano Antonio Loria. 


Rapina alla gioielleria Bracci nel riquadro Giuseppe Trovato

Rapina alla gioielleria Bracci, nel riquadro Giuseppe Trovato


È ancora la rapina alla gioielleria Bracci del 14 marzo 2018. Si preannuncia uno stop fino a febbraio del processo ai due presunti mandanti e a una delle due donne che hanno fatto da palo alla coppia di esecutori materiali del colpo per dare tempo alla perita nominata questo martedì dal collegio di trascrivere le intercettazioni che hanno incastrato il ristoratore Antonio Loria e l’allora titolare di tre compro oro Giuseppe Trovato.

Trovato ha presenziato all’udienza che si è tenuta nell’aula di corte d’assise, attrezzata ad hoc, in collegamento video dal carcere di Nuoro dove è detenuto al 41 bis. Erano invece assenti gli altri due imputati. 

Il collegio, incaricando la perita Maria Mammolo, ha autorizzato la stessa a ricorrere a più interpreti, tra cui non solo stranieri ma anche esperti di dialetto napoletano, sempre complesso da tradurre, tanto da richiedere il supporto di conoscitori della lingua. 

All’udienza dello scorso 14 maggio si è parlato in particolare del ruolo di Loria, il ristoratore 52enne d’origine campana accusato con il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato, 49 anni, di essere il basista del blitz messo a segno in piazza Verdi da due banditi la cui pistola era un ferrovecchio che si è inceppato e dalle rispettive mogli, una incinta, che facevano da palo in auto sulla salita di Santa Rosa. 

A tradire Loria sarebbe stata, in particolare, una intercettazione ambientale del successivo 31 marzo di un colloquio del rapinatore Ignazio Salone, un ex pentito detenuto dal giorno successivo a Mammagialla, durante il quale diceva a un parente:  “Ti deve dare 300 euro a settimana, lo scemo. Sto scemo di Loria mi ha fatto fare la rapina”. Ma già subito dopo il colpo, durante la fuga, una delle due donne che avevano fatto da palo avrebbe tentato di chiamare due volte l’imputato Loria al telefono. 

Il boss è difeso come sempre dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, mentre Loria è assistito da Samuele De Santis.

Il giorno successivo alla rapina il padre e il cognato di Salone si sarebbero recati da Vetralla a Viterbo presso la pizzeria Anema e core di via San Lorenzo, dove li avrebbe aspettati il titolare Loria. Non esisterebbero però intercettazioni tra Loria, Salone e i numerosi familiari di quest’ultimo, che dopo la fuga si era rifugiato con la banda nella casa di Montalto di Castro della sorella, dove furono catturati il giorno successivo e dove furono trovati in un cofanetto in un armadio i pochi monili rimasti della refurtiva di cui si erano già disfatti. Ma parlando tra loro, i parenti di Salone avrebbero più volte nominato Loria, indicandolo come l’ispiratore della rapina. 

Silvana Cortignani


Pesanti condanne agli esecutori materiali

Teneva in mano la pistola l’ex collaboratore di giustizia Ignazio Salone, condannato in via definitiva a 8 anni e 8 mesi di reclusione. Il complice 33enne Stefan Grancea sta scontando 11 anni e mezzo, la sorella Elena Grancea, 38enne, è stata condannata a 4 anni. In attesa di giudizio la 28enne Jenela Grancea, d’origine polacca, incinta all’epoca della rapina.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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