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“55 donne vittime di violenza nella Tuscia prese in carico dal centro Penelope da inizio anno”

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Marta Nori

Marta Nori

Viterbo –  “55 donne vittime di violenza nella Tuscia prese in carico dal centro Penelope da gennaio ad oggi, dati che spaventano”. Marta Nori del centro antiviolenza Penelope di Viterbo e presidente di Kyanos nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, 25 novembre. “Donne – sottolinea Nori – che in media denunciano dopo 5 anni”.

“Come centro antiviolenza Penelope – dice Nori – abbiamo aperto nel 2021 e ad oggi sono state prese in carico 328 donne. Da gennaio ad oggi 55 sono le donne vittime di violenza prese in carico dal centro. E questi sono dati che sul territorio spaventano”.

“Tutto il mese di novembre siamo impegnate negli istituti scolastici – prosegue Nori – e oggi siamo al Santa Rosa, per il quarto anno consecutivo. A dimostrazione del fatto che per noi la prevenzione può fare la differenza. Ad oggi si continua a pensare che il fenomeno della violenza sia lontano da noi. Ma così non è”.

Nori si concentra poi sul tema della prevenzione. “Perché è importante la prevenzione nelle scuole? – si domanda -. Perchè, ad esempio, nelle scuole, i ragazzi non sanno che cos’è il 25 novembre, non sanno cos’è il 1522. Eppure, soprattutto nel mese di novembre, anche solo aprendo instagram sul cellulare, questo numero, con la sua definizione, compare”.

“Siamo stanche – aggiunge Nori – di lavorare sull’emergenza, siamo diventate estremamente brave, però poi manca tutto il dopo. Ad esempio manca una casa di semi autonomia e quindi, dato che la permanenza in casa rifugio ha una durata di 6 mesi, ogni progetto che si fa con una donna è un progetto mozzo”.

C’è poi il tema della violenza assistita da parte dei minori recentemente affrontata in un convegno organizzato dalla Cisl di Viterbo della segretaria generale Elisa Durantini.

“Sul fronte della violenza assistita – evidenzia Marta Nori – posso dire che in casa rifugio sono stati presi in carico insieme alle loro mamme anche dei bambini. E qui la cosa si complica. Perché per una questione di protezione e sicurezza la donna viene messa in protezione lontano dal luogo in cui risiede abitualmente, i bambini così perdono minimo una settimana di scuola e ci vuole il nulla osta della scuola di riferimento per poter accedere a un istituto scolastico presente all’interno del territorio in cui è presente la casa rifugio”.

“Tuttavia – precisa Nori – il nulla osta diventa un ostacolo quando c’è bisogno della firma del padre. E questo accade anche per delle semplici visite dal pediatra. Ma il padre non può sapere dove si trovano madre e figli”.

“Noi crediamo nell’empowerement – continua Nori – e ci teniamo moltissimo. Perché una donna ad un certo punto non si ricorda più quali sono i propri desideri. E in 6 mesi di casa rifugio non riusciamo a capire quale è la sua volontà, il suo progetto di vita. E non abbiamo la possibilità di inserirla in una casa di semi autonomia. Possibilità che permetterebbe a noi, ma soprattutto a lei, di avere un’indipendenza economica e lavorativa per evitare che ricada nella rete della violenza”.

“Ad oggi – conclude Marta Nori – è stato fatto tanto, ma le criticità sono ancora molte. Le donne e i bambini in sicurezza ce li mettiamo, ma non è sufficiente. E non è soltanto questo quello di cui ha bisogno una donna”.

Daniele Camilli


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