Viterbo – Il noto giornalista e scrittore Aldo Cazzullo, mercoledì scorso, nel suo programma “Una giornata particolare” andato in onda su La7, ha ripercorso tutti i momenti più importanti dell’ultima notte vissuta da Pier Paolo Pasolini, barbaramente massacrato, dove sul luogo del delitto si sono sentite “urla di più persone e rumori di più macchine”. L’assassino Pino Pelosi probabilmente non era solo. Cazzullo ha poi parlato della vicenda del furto di bobine dell’ultimo film di Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, delle possibili presenze di membri della malavita e della destra eversiva romana, delle minacce e dei ricatti e di tante altre storie e collegamenti. Diverse le ipotesi formulate riguardo all’efferato omicidio del 2 novembre 1975 “che non chiariscono e semmai ingarbugliano” una notte tutta ancora da chiarire.
Pier Paolo Pasolini e Claudio Troccoli
Pier Paolo Pasolini, che è stato tra i più importanti intellettuali italiani del secolo scorso, nei primi mesi del 1964 dopo aver vagliato diverse situazioni, per girare la scena del Battesimo di Gesù del suo film Il Vangelo secondo Matteo, tra i più belli mai realizzati sulla vita di Gesù, scelse le cascatelle sotto al Castello di Chia a pochi chilometri da Viterbo. Alla prima proiezione del film all’Ariston di Roma, dedicata ai cardinali, fu un trionfo: venti minuti esatti di applausi, soprattutto quando apparve la dedica a Papa Giovanni XXIII. A Parigi, la proiezione dentro la cattedrale di Notre Dame andò ancora meglio.
In questo stesso periodo Pier Paolo Pasolini, insieme all’attore Franco Interlenghi e allo scenografo Piero Gherardi, veniva spesso a Viterbo, come mi riferì il compianto amico Pietro Fanelli ex direttore del Cinema Teatro Genio, per assistere a qualche film o per visionare il “girato” in pellicola senza sonoro.
Viterbo – Pier Paolo PasoliniI in giuria nel capoluogo della Tuscia
Le riprese a Chia sul ricreato fiume “Giordano” iniziarono il 24 aprile 1964. Al film sul Vangelo presero parte, come interpreti dei personaggi biblici, anche una cerchia di suoi amici: tra gli altri, Enzo Siciliano nella parte di Simone di Cananea, il poeta Alfonso Gatto nella parte dell’apostolo Andrea e Natalia Ginzburg nella parte di Maria di Betania. Il regista era accompagnato nelle riprese dal direttore della fotografia Tonino Delli Colli. Sua madre Susanna Colussi nella parte di Maria di Nazaret ai piedi della croce. Molti gli abitanti di Chia chiamati a fare le comparse.
Repetita iuvant. Sulla torre di Chia Pier Paolo Pasolini scrisse nel 1966: “[…]Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, che io vorrei essere scrittore di musica, vivere con degli strumenti, dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare, nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta innocenza di querce, colli, acque e botri, e lì comporre musica l’unica azione espressiva forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà”.
A testimonianza dell’attaccamento del regista nei confronti del territorio viterbese, tra le locations del film Uccellacci e uccellini, uscito nel 1965, troviamo Viterbo e Tuscania. Nel 1969 Pasolini gira alcuni “interni” del film Medea ancora nei dintorni di Viterbo. Qualche anno più tardi, tra le locations del film Il Decameron, uscito nel 1971, troviamo sempre Viterbo e poi anche Nepi.
Pier Paolo Pasolini a Chia
Nel 1970 Pierpaolo Pasolini riesce finalmente ad acquistare il castello di Chia risalente al XIII secolo. Un terreno di forma triangolare racchiuso dai resti di due cerchie di mura perimetrali dell’antico castello e da due torri pentagonali delle quali una, quella rivolta verso il fosso, per la maggior parte demolita. L’altra, vuota nell’interno e slanciata verso il cielo, si può ammirare ancor oggi dalla superstrada Viterbo-Orte, all’altezza dell’uscita per Bomarzo.
Qui Pier Paolo avrebbe desiderato essere sepolto: nell’amore che nutriva per quel luogo.
Dall’estate 1972 Pier Paolo prese a ritirarvisi di frequente, per scrivere un nuovo romanzo che prometteva duemila pagine. Diceva pochissimo intorno ai contenuti del libro: raccontava che vi avrebbe disegnato il proprio autoritratto, il più autentico, e insieme sosteneva che quel libro sarebbe stato un ritratto dell’Italia contemporanea, probabilmente l’Italia dell'”austerità” provocata dalla guerra del Kippur e dall’embargo del petrolio.
“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita – affermò Pier Paolo Pasolini il 10 gennaio 1975 – Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di summa di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”.
Nel 1973 Pasolini elaborò un cortometraggio La forma della città, dove si descriveva, tra l’altro, la forma della città di Orte e fu trasmesso in Tv il 7 febbraio 1975. Lo studioso Gianfranco Contini, in occasione di un convegno fiorentino del 1980, commentò: “… con questo [cortometraggio] denunciò gli oltraggi edilizi inflitti a questo luogo della Teverina”.
In questo filmato Pasolini affermò davanti alla macchina da presa con accanto Ninetto Davoli: “Io ho scelto una città, la città di Orte […], ho scelto come tema la forma di una città, il profilo di una città. […] Io ho scelto un’inquadratura che prima faceva vedere soltanto la città di Orte nella sua perfezione stilistica, cioè come forma perfetta, assoluta, ed è più o meno l’inquadratura così; basta che io muova questo affare qui, nella macchina da presa, ed ecco che la forma della città, il profilo della città, la massa architettonica della città, è incrinata, è rovinata, è deturpata da qualcosa di estraneo, che è quella casa che si vede là a sinistra. La vedi?”.
E poco più avanti, camminando su un “selciato sconnesso e antico” sempre presso Orte, Pasolini aggiunse questa considerazione: “… è un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte, d’autore, stupende, della tradizione italiana. Eppure io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore, con cui si difende l’opera d’arte di un grande autore. […] Nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia, per difendere questa cosa e io ho scelto invece proprio di difendere questo. […] Voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende, che è opera, diciamo così, del popolo, di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città, di un’infinità di uomini senza nome che però hanno lavorato all’interno di un’epoca che poi ha prodotto i frutti più estremi e più assoluti nelle opere d’arte e d’autore. […] Con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere […] un monumento, una chiesa, la facciata della chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato ma nessuno si rende conto che quello che va difeso è proprio […] questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare”.
Durante la sua permanenza a Chia, Pasolini, instaurò un rapporto proficuo con il territorio viterbese e, tra l’altro, s’impegnò personalmente per ottenere il riconoscimento statale dell’allora Libera Università della Tuscia.
Con tanti progetti per il futuro. Lo fece per dare un maggiore sviluppo all’Alto Lazio, spendendo pubblicamente la propria immagine, e il proprio talento, manifestando a Roma, sotto e dentro la sede della regione Lazio, a fianco degli studenti viterbesi.
“Cara Tuscia. Dal suo nuovo rifugio (un castello medioevale nell’Alto Lazio) Pier Paolo Pasolini spiega come una piccola moderna università potrebbe favorire lo sviluppo dell’Alto Lazio salvandone il dolce e ancor quasi intatto paesaggio dagli effetti devastatori di un vorace industrialismo”. Questo è il titolo, e l’occhiello, di una lunga intervista rilasciata da Pasolini, sotto la Torre di Chia, al giornalista Gideon Bachmann, e pubblicata a pagina 3 de Il Messaggero di domenica 22 settembre 1974.
Nel lungo testo traspare proprio tutto l’amore che Pier Paolo Pasolini aveva per il comprensorio viterbese. Scrive tra l’altro: “Questa regione, che per miracolo si è finora salvata dall’industrializzazione, questo Alto Lazio con questa Viterbo e i villaggi intorno, dovrebbero essere rispettati proprio nel loro rapporto con la natura. Le cose essenziali, nuove, da costruire, non dovrebbero essere messe addosso al vecchio. Basterebbe un minimo di programmazione. Viterbo è ancora in tempo per fare certe cose. Mugnano, San Martino, la vecchia Chia, si potrebbero salvare […] Quel che va difeso è tutto il patrimonio nella sua interezza. Tutto, tutto ha un valore: vale un muretto, vale una loggia, vale un tabernacolo, vale un casale agricolo. Ci sono casali stupendi che dovrebbero essere difesi come una chiesa o come un castello. Ma la gente non vuol saperne: hanno perduto il senso della bellezza e dei valori. Tutto è in balìa della speculazione. Ciò di cui abbiamo bisogno è di una svolta culturale, un lento sviluppo di coscienza. Perciò mi sto dando da fare per l’Università della Tuscia. Si tratta com’è noto, di un’università privata, chiamata la Libera Università della Tuscia. Fu fondata cinque anni fa da un consorzio di banche e di enti cittadini”.
E poi ancora: “Ottimisti sono coloro che non amano. Soltanto una persona che ama può stare in pena di fronte a un simile cambiamento; chi non ama se ne frega e tende ad essere ottimista per eludere i problemi”.
Alcuni versi di Pier Paolo Pasolini, scritti in dialetto friulano e riguardanti il territorio di Chia, li troviamo nel componimento poetico La nuova gioventù pubblicata da Garzanti nel 1995. Eccoli, di seguito, trascritti in lingua italiana: “Il sole indora Chia con le sue querce rosa, e gli Appennini sanno di sabbia calda […] Contadini di Chia! Centinaia di anni o un momento fa, io ero in voi. Ma oggi che la terra è abbandonata dal tempo, voi non siete in me. Qualcuno sente un calore nel suo corpo […] Quelli che vanno a Viterbo o negli Appennini dove è sempre Estate, i vecchi, mi assomigliano: ma quelli che voltano le spalle, Dio!, e vanno verso un altro luogo… Dio, lasciano la casa agli uccelli, lasciano il campo ai vermi, lasciano seccare la vasca del letame, lasciano i tetti alla tempesta, lasciano l’acciottolato all’erba, e vanno via, e là dov’erano, non resta neanche il loro silenzio […] Il sole taglia la vallata piena di querce di un rosa paradiso; i due piccoli fiumi che si riuniscono in fondo mormorano come spiriti beati. Anche il verde del vischio qua e là, è un verde di paradiso. […] Qua io sono il padrone di una torre e di un bosco […]. Cosa gridano a Chia?”.
Personalmente ho conosciuto Pier Paolo Pasolini nei giorni compresi tra il 25 maggio e il 1 giugno 1975, a Viterbo nella sala parrocchiale della SS. Trinità in via San Giovanni Decollato, in quei tempi adibita a cinema-teatro, quella che poi è diventata Aula Magna “Gregor Mendel” dell’Università degli studi della Tuscia.
Fu in occasione del concorso fotografico internazionale, organizzato dalla Libera Università della Tuscia nei locali dei Padri Agostiniani, avente per tema “Le risorse storico-archeologiche della civiltà Etrusca e Medioevale”. Io, neanche ventenne, facevo servizio di accoglienza all’ingresso della mostra. Ricordo che Pasolini faceva parte della giuria insieme alla scrittrice Dacia Maraini, al pittore Ennio Calabria, all’operatore cinematografico Tonino Delli Colli, allo scenografo Dante Ferretti, al soprintendente alle Belle Arti per l’Etruria Meridionale Mario Moretti e al docente di Storia dell’Arte Italo Faldi.
Erano questi gli ultimi giorni di vita di Pasolini che, circa cinque mesi dopo, nella notte del 2 novembre a Ostia, morirà brutalmente assassinato in circostanze ancora oggi non ufficialmente chiarite.
A Chia, dove quel giorno aveva preannunciato il suo arrivo, lo aspettarono invano.
Significative, per sottolineare l’importanza di Pier Paolo Pasolini nel panorama culturale italiano, le parole dette dal suo amico scrittore Alberto Moravia durante i suoi funerali: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta. Di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo, e quando sarà finito questo secolo Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeti. Il poeta dovrebbe esse sacro!”.
Parole sacrosante. Oggi, a mezzo secolo dalla morte, anche a causa della mancanza di chiarezza intorno al suo massacro, Pasolini è ancora vivo.
Silvio Cappelli


