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Cena dei veleni, la sindaca Chiara Frontini davanti al gup per minaccia a corpo politico

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Viterbo – Cena con minacce a casa Bruzziches, compariranno oggi davanti al gup Fiorella Scarpato la sindaca Chiara Frontini e il marito Fabio Cavini a carico dei quali, al termine delle indagini dei pm Massimiliano Siddi e Chiara Capezzuto, la procura ha chiesto il rinvio a giudizio per minaccia a corpo politico in concorso. Tre le parti offese pronte a costituirsi parti civili: Marco Bruzziches e la moglie e Letizia Chiatti. 


Chiara Frontini con Fabio Cavini

Chiara Frontini con Fabio Cavini


La coppia Cavini-Frontini, i cui legali possono chiedere di procedere con riti alternativi all’ordinario, come l’abbreviato che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena, sono difesi rispettivamente dagli avvocati Giovanni Labate e Roberto Massatani, i quali hanno presentato entrambi delle memorie per i propri assistiti.

Tra le frasi incriminate, una su tutte: “Non siamo dei principianti, se io voglio fare male, capisco chi del tuo stato di famiglia è più debole e poi vado a colpire quella persona”. Ma Cavini, che le avrebbe pronunciate durante la cena, si sarebbe spinto anche oltre: “Purtroppo io sono la sua anima nera ed è per questo che sono molto odiato, perché a volte devo fare delle cose anche molto brutte”.

Tre come detto le parti civili. Sono l’ex consigliere di maggioranza Marco Bruzziches e la moglie Anna Maria Formini, difesi dall’avvocato Stefano Falcioni, secondo l’accusa vittime di minacce durante la famosa cena “registrata” del 26 settembre 2023 a casa loro, su richiesta “conviviale” dei coniugi Cavini. 

Parte civile, con l’avvocato Enrico Valentini, anche Letizia Chiatti, che due mesi e mezzo prima, il 5 luglio 2023, si era dimessa da presidente del consiglio, ufficializzando, lo scorso 15 febbraio, la sua uscita dal gruppo di Viterbo 2020. Non è stato invece individuato come parte offesa il comune. 

A meno che non ricorrano a un rito alternativo, che al momento non sarebbe nell’aria, nel caso venga accolta la richiesta dell’accusa, Frontini e Cavini dovranno affrontare un pubblico processo davanti a uno dei giudici monocratici del tribunale di Viterbo. 

La decisione del giudice Scarpato potrebbe arrivare oggi stesso, salvo adempimenti che potrebbero far slittare ad altra data la discussione.

Era invece lo scorso 21 dicembre quando Bruzziches, decidendo di sporgere denuncia, ha clamorosamente rinunciato in consiglio comunale alla delega al patrimonio, dimettendosi anche dalla seconda commissione e dalla maggioranza, pochi giorni prima di Natale, parlando di fatti gravi accaduti a lui e alla sua famiglia.

Come si ricorderà, dopo il rigetto della richiesta di giudizio immediato da parte del gip Rita Cialoni, lo scorso 30 aprile, le accuse furono “rinforzate”, esplicitando, con maggiore dovizia di particolari, all’interno del 415 bis, come e perché sia da ritenersi “estesa” all’intero organo collegiale, oltre che al singolo componente, la presunta “minaccia a corpo politico” ai danni dell’ex consigliere di maggioranza Marco Bruzziches e della moglie. 


Viterbo - Letizia Chiatti e Marco Bruzziches

Viterbo – Letizia Chiatti e Marco Bruzziches


Di cosa sono accusati sindaca e marito. Il reato di “minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario” rappresenta una delle forme più gravi di minaccia previste dal codice penale italiano. Esso trova la sua collocazione all’interno dei reati contro la pubblica amministrazione, con lo scopo di tutelare non solo l’integrità fisica e morale degli organi dello stato, ma anche il corretto funzionamento dell’apparato democratico. La fattispecie di reato è disciplinata dall’articolo 338 del codice penale, che punisce chiunque faccia uso di minacce nei confronti di corpi politici, amministrativi o giudiziari dello stato o di altre pubbliche amministrazioni con l’intento di coartarne l’attività o impedirne il libero funzionamento. Il reato si estende anche a coloro che agiscono in modo tale da creare un clima di terrore o intimidazione con l’obiettivo di influenzare il processo decisionale o le funzioni di detti corpi.

Elementi costitutivi del reato. Per configurare il reato di minaccia a corpo politico, è necessario il verificarsi di specifici “elementi oggettivi” e “soggettivi”. Il reato può essere commesso da chiunque nei confronti di corpi politici (parlamento, consiglio dei ministri), amministrativi (regioni, comuni) o giudiziari (magistratura). La minaccia deve essere tale da indurre un serio timore o intimidazione, finalizzata a coartare la libertà di azione del corpo minacciato. L’autore della minaccia deve avere la volontà (dolo specifico) di condizionare l’attività dell’organo preso di mira, impedendo o alterando il suo corretto funzionamento.

Pena prevista. L’articolo 338 del codice penale italiano prevede una pena severa per chi si macchia di questo reato: la reclusione da uno a sette anni. La gravità della pena è direttamente proporzionale alla rilevanza dell’ente minacciato, alla portata dell’atto intimidatorio e alle eventuali conseguenze derivanti da esso.

Differenza con altri reati di minaccia. È importante distinguere il reato di minaccia a corpo politico da altre fattispecie di minaccia, come la “minaccia semplice” (art. 612 c.p.) o quella “aggravata” (art. 339 c.p.). La differenza sostanziale risiede nel fatto che, nel caso del reato di minaccia a corpo politico, l’oggetto tutelato non è solo la persona fisica, ma l’intero assetto istituzionale. Il legislatore intende garantire la “libertà d’azione” e la “stabilità” degli organi pubblici, pilastri fondamentali della democrazia.

Conclusione. Il reato di minaccia a corpo politico, amministrativo o giudiziario rappresenta un importante strumento per la tutela della “integrità istituzionale” e del “corretto funzionamento democratico” del nostro paese. Attraverso l’articolo 338 del codice penale, il legislatore intende preservare la stabilità degli organi statali contro qualsiasi forma di intimidazione o violenza, assicurando che le decisioni politiche, amministrative e giudiziarie siano prese in totale libertà e senza condizionamenti esterni.

Silvana Cortignani


Gli avvocati Roberto Massatani e Giovanni Labate

Gli avvocati Roberto Massatani e Giovanni Labate


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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