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Viterbo – Morte di Hassan Sharaf, al via ieri davanti al giudice Daniela Rispoli del tribunale di Viterbo il processo col rito ordinario per concorso in omicidio colposo all’agente responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e alla dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili, difesi da Giuliano Migliorati e Fausto Barili rinviati a giudizio lo scorso 28 marzo dal gup Savina Poli.
In quella data furono prosciolti dall’accusa di omissione di atti d’ufficio il comandante della penitenziaria e un agente, mentre fu condannato a due mesi e 20 giorni per lo stesso reato e assolto dall’accusa di omicidio colposo l’ex direttore Pierpaolo D’Andria, giudicati con l’abbreviato.
Parti civili con l’avvocato Marco Andreano la madre e la sorella del 21enne egiziano che si impiccò in una cella d’isolamento del carcere di Mammagialla il 23 luglio 2018 e morì dopo una settimana di agonia all’ospedale di Belcolle. È invece assistito da Giacomo Barelli il cugino che vive a Roma, con cui Sharaf, ancora minorenne, era venuto in Italia in cerca di fortuna a bordo di un barcone. Ulteriore parte civile l’associazione Antigone, con l’avvocato Simona Filippi. Responsabili civili il ministero della giustizia e la Asl di Viterbo.
A rappresentare l’accusa il sostituto procuratore generale della repubblica Tonino Di Bona, secondo il quale il 23 luglio 2018, giorno della tragedia, avrebbero dovuto essere segnalati adeguatamente “lo stato di agitazione, insofferenza e inquietudine del detenuto e gli atti di autolesionismo posti in essere dallo stesso”, che invece è stato colpito con uno schiaffo al volto che lo ha fatto urtare contro la parete, “omettendo di rispondere e di considerare le ripetute sollecitazioni e richieste” e “chiudendo a chiave la porta del blindo e dello spioncino di ispezione, richiudendo lo spioncino dopo che Sharaf lo aveva riaperto e assicurandone la completa e corretta chiusura”.
Di Bona ha già anticipato di volere sentire per primi i testimoni di stretta attinenza con le condotte che avrebbero spinto Sharaf a impiccarsi, presentando una corposa documentazione, dagli atti del carcere di Regina Coeli dove il 21enne era detenuto prima di Viterbo al rapporto disciplinare scaturito dalla perquisizione della cella della primavera precedente, per cui era stato disposto l’isolamento, differito per “sovraffollamento” al 23 luglio, quando Hassan Sharaf avrebbe dovuto già essere stato trasferito in un carcere minorile o per detenuti giovani adulti.
Il fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti aperto dalla procura viterbese e sfociato nel processo per abuso dei mezzi di correzione in concorso a due agenti del carcere, fu avocato il 10 dicembre 2021, dopo la richiesta di archiviazione e su richiesta delle parti civili, dalla procura generale, che a fine novembre 2022 ha chiuso l’inchiesta con sei richieste di rinvio a giudizio. Ancora in sospeso la posizione di un medico, che comparirà a dicembre davanti al gup.
Quando si impiccato, nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018, Hassan Sharaf si trovava da poche ore in cella d’isolamento, in seguito alla sanzione irrogata con provvedimento del consiglio di disciplina in data 9 aprile 2018 ed eseguita in epoca in cui il detenuto si trovava in espiazione di pena inflitta con sentenza di condanna, relativa a un reato commesso da minorenne. “Quindi da espiare presso un istituto penale minorile come peraltro precisato dal procuratore della repubblica presso il tribunale dei minorenni di Roma”, viene sottolineato nel capo d’imputazione.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


