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Benzinai sfruttati: “Quando mia moglie ha partorito mi hanno dato un giorno e tolto 50 euro”

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Un distributore Ewa a Viterbo

Un distributore Ewa a Viterbo

Carlo Mezzetti

L’avvocato di parte civile Carlo Mezzetti

Andrea Castaldo

Il difensore Andrea Castaldo

Viterbo – “Quando mia moglie ha partorito, mi hanno dato un solo giorno di permesso e a fine mese mi hanno tolto 50 euro dalla busta paga”.

Una testimonianza agghiacciante quella di uno dei benzinai che tra il 2019 e il 2021 sarebbero stati sfruttati alle pompe low-cost della catena Ewa. Protagonista un 47enne nigeriano, sentito ieri per l’accusa alla ripresa del processo agli imprenditori campani Vincenzo e Charles Salvatore Maria Salzillo, contro i quali l’accusa può contare su un numero record di 23 testimoni.

Il 18 giugno 2021 gli imputati, padre e figlio casertani di 66 e 31 anni, accusati di sfruttamento grave dei lavoratori, finirono agli arresti domiciliari nell’ambito dell’operazione “Petrol Station”. Indagati dal pm Massimiliano Siddi per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto ‘caporalato”. 

Il 47enne originario della Nigeria, in particolare, avrebbe lavorato a Canepina, 11 ore al giorno compresi i festivi invece delle 5 ore previste dal contratto, dalle 6 del mattino alle sei del pomeriggio, per 750 euro al mese, diventati 800 euro dopo sei mesi.

“Dal sabato al lunedì, inoltre, non potevo tornare a casa mia a Viterbo, ma dovevo dormire nel gabbiotto della stazione di servizio, al freddo, senza bagno, cucina e dormendo sul pavimento sopra dei panni appoggiati per terra. Il collega che c’era prima di me, viveva proprio nell’area di servizio”, ha spiegato con l’ausilio di un interprete. 

Tra le 12 vittime su 18 che si sono costituite parte civile, la maggior parte con l’avvocato Carlo Mezzetti, figura un solo italiano, mentre gli altri lavoratori sono tutti cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, assunti nei distributori della catena Ewa, secondo l’accusa con contratti part time.

Ma costretti a lavorare di fatto fino a 12 ore al giorno, per 3 euro l’ora, come confermato dal nigeriano ascoltato ieri. “Se non avessi accettato le condizioni imposte da Salzillo padre, sarei stato licenziato. Una volta che sono mancato due giorni perché mia moglie stava male, mi ha avvisato che se succedeva ancora dovevo andare via”.

“Il mio lavoro era portare i soldi in banca una volta al giorno, dare una mano a fare benzina e scattare foto delle auto che si fermavano a fare rifornimento, inviandole tramite telefonino. Avevamo una chat, in cui lo chiamavamo presidente. Solitamente veniva una volta a settimana, o veniva il figlio, comunque era lui a dare le direttive”.

I Salzillo sono difesi dal professor Andrea Castaldo del foro di Salerno e dall’avvocato Silvio Ciniglio. 

Il processo riprenderà soltanto a settembre dell’anno prossimo, ma per stringere i tempi il giudice ha calendarizzato quattro udienze entro il successivo mese di novembre, allo scopo di esaurire quanto meno tutti i testimoni dell’accusa. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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