Viterbo – “Tornando indietro, forse avrei dovuto prendere Cavini per il cravattino e sbatterlo fuori casa. Questo sì, lì ho sbagliato”. Il consigliere Marco Bruzziches dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza di non luogo a procedere per minaccia a corpo politico del gup Fiorella Scarpato nei confronti della sindaca Chiara Frontini e del marito Fabio Cavini per i quali la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio.
“Se non l’ho fatto – prosegue Bruzziches – è perché la mia preoccupazione in quel momento è stata quella di difendere mia moglie e di non metterla in agitazione, evitando danni ulteriori”.
Marco Bruzziches
Cosa ne pensa delle motivazioni della sentenza di non luogo a procedere?
“Innanzitutto la sensazione che ho provato quando ho sentito la sentenza del giudice: sono rimasto basito. Dopodiché, l’impressione che ho avuto leggendo le motivazioni è che la giudice non abbia ascoltato la registrazione della cena, limitandosi soltanto alla trascrizione. Contrariamente alla procura che è stata invece molto attenta a ciò che è successo. Fatto sta che quanto accaduto durante quella cena io l’ho vissuto e nessuno me lo può togliere dalla mente. In sintesi, non solo le motivazioni della sentenza non mi convincono, ma sono rimasto anche molto deluso”.
La giudice scrive anche che “se il ‘discorso’ di cui al capo di imputazione e che rappresenta il decalogo dell’attività politica di Cavini potrebbe astrattamente avere le caratteristiche proprie della minaccia, certamente non sono rivolte a Bruzziches, nemmeno indirettamente o implicitamente, così mancando tanto l’elemento oggettivo della fattispecie di cui all’art. 338 c.p., quanto la autonoma ipotesi di reato di cui all’art. 612 c.p…”
“Io quelle frasi le ho ascoltate e non le auguro di certo a nessuno. Dopodiché posso dire che forse in quella circostanza, quando Cavini mi ha detto quelle parole, ho sbagliato. Ho sbagliato a non fare una cosa”.
Cosa?
“Se potessi tornare indietro, forse avrei dovuto prendere Cavini per il cravattino e sbatterlo fuori casa. Questo sì, lì ho sbagliato. Ma se non l’ho fatto è perché la mia preoccupazione in quel momento è stata quella di difendere mia moglie e di non metterla in agitazione, evitando danni ulteriori”.
Sempre nelle motivazioni sta scritto che, per quanto riguarda le difficoltà incontrate nella gestione della delega alla tutela del patrimonio immobiliare, le sue “modalità operative erano mal viste non già dalla sindaca (che invitava il segretario a lasciar correre) bensì dalla dirigenza”.
“Sì, ho letto. La segretaria comunale mi ha inviato anche una lettera formale per ricordarmi i limiti della delega che mi era stata conferita”.
Chiara Frontini e Fabio Cavini
La segretaria comunale, ascoltata come teste dalla procura, pur rimarcando la sua “buona fede” ha detto anche che lei “ha eseguito numerosi sopralluoghi senza preventivamente avvisare il dirigente o concordare con esso l’intervento… e portava con sé di sua iniziativa anche il personale del comune”.
“Queste cose, che sono state dette, sono assolutamente false”.
False?
“Sì, false. Io non ho mai chiesto a nessun dipendente di portarmi a fare dei sopralluoghi. I sopralluoghi li ho fatti perché sono stato invitato a farli da qualcuno di cui non voglio fare il nome per non metterlo in mezzo”.
A questi sopralluoghi sono venuti anche dei dirigenti o del personale del comune?
“Una volta a un sopralluogo è venuto il comandante della polizia locale e un’altra volta il marito della sindaca, altre volte ancora degli impiegati. Anche un assessore. Quando si palesava la necessità di fare un sopralluogo venivo chiamato chiedendomi se volevo essere presente. I sopralluoghi nascevano anche da una visione comune della questione”.
Ma era lei a chiamarli per andare a fare il sopralluogo o venivano di loro spontanea volontà?
“Io potevo esprimere il mio interesse in merito ad alcuni argomenti. Nel momento in cui mi si diceva che era previsto un sopralluogo in determinate situazioni mi univo a chi lo andava a fare. Ed ero ben consapevole che non avevo alcun potere decisionale. Qualcuno ha anche detto che firmavo richieste e prendevo iniziative. Ecco, nulla di tutto questo. Mi limitavo solo a verificare, controllare i dati, a chiedere della documentazione, a fare accesso agli atti. Cosa che di solito un consigliere delegato fa. Lungi da me prendere iniziative o fare cose che non potevo fare. Forse ero un po’ martellante, insistevo. Forse in questo ho sbagliato…”.
Viterbo – Udienza preliminare Frontini-Cavini – Da sinistra Letizia Chiatti, l’avvocato Stefano Falcioni, Marco Bruzziches, l’avvocato Enrico Valentini
A proposito della lettera che le ha inviato la segretaria generale, nelle motivazioni della sentenza sta scritto: “Lo stupore di Bruzziches rispetto alla lettera si giustifica proprio in ragione della interpretazione che la persona offesa dava ai diversi accadimenti, sostanzialmente riconducendoli a subdole manovre della sindaca. In realtà il segretario generale rappresentava che il destinatario dello scritto non fosse titolare di alcun potere decisionale…”.
“Personalmente, dopo aver ricevuto la lettera, non ho fatto alcuna considerazione in merito alla sindaca. Ero semplicemente stupito dalla lettera in sé. In passato avevamo fatto anche delle riunioni in cui c’era la dirigente, la sindaca, l’assessore durante le quali avevo più volte espresso il mio punto di vista che dissentiva fortemente rispetto a quello degli altri”.
Quale sarebbe stato il punto di vista degli altri?
“Gli altri mi dicevano che sul patrimonio immobiliare non si potevano prendere provvedimenti in merito a qualche inquilino moroso, ma si doveva prima aspettare il censimento di tutto il patrimonio da parte di una società esterna e soltanto a quel punto si sarebbe potuti intervenire sulle morosità. Questa linea per me non sta né in cielo né in terra. Il patrimonio immobiliare del comune è vastissimo. Aspettare un censimento generale avrebbe significato far passare mesi se non addirittura anni. Io spero che la guardia di finanza, con i controlli che sta facendo, possa fare luce sul patrimonio”.
Nelle motivazioni della sentenza si legge infine che “le parole pronunciate alla cena da Cavini… sono espressione di un modus operandi che può essere agevolmente sintetizzato con la nota espressione macchina del fango”. Che idea si è fatto di questo passaggio?
“È come se la cosiddetta ‘macchina del fango’ sia ormai sdoganata. Va bene così, anche se per me questa cosa non sta né in cielo né in terra. Non saprei proprio cos’altro dire”.
Daniele Camilli


