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“Per il permesso premio non si può pretendere la confessione, il condannato ha diritto di negare…”

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla

Viterbo – Condannato a 27 anni e mezzo di carcere per omicidio, un 57enne detenuto nel carcere di Mammagialla si è visto negare dal magistrato di sorveglianza di Viterbo, e poi dal tribunale di sorveglianza di Roma lo scorso 29 febbraio, un permesso premio per non avere mai confessato il delitto.

Per la cassazione: “Non si può pretendere la confessione, il condannato ha diritto di negare”. 

Si tratta di Claudio Giusto, originario di Alcamo, in provincia di Trapani e difeso dall’avvocato Paolo Labbate, cui adesso la cassazione ha dato ragione, disponendo l’annullamento dell’ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza ne aveva bocciato il reclamo, rinviando al tribunale di sorveglianza di Roma per nuovo esame sull’istanza. 

Giusto era ricercato dal 1999 quando fu arrestato in collaborazione con l’Interpol nel 2011 in Spagna, dove era latitante, in seguito al passaggio in giudicato della condanna a 27 anni e sei mesi di reclusione per l’omicidio di Giuseppe Magaddino, elemento di spicco della storica famiglia mafiosa castellammarese e del mandamento di Alcamo. Catturato a Barcellona, Giusto fu trovato in possesso di un passaporto venezuelano falso. 

Giuseppe Magaddino fu ucciso durante una rapina, la sera del 19 marzo del 1998 nel residence che lo stesso gestiva in contrada Guidaloca, a Castellammare del Golfo. Claudio Giusto, secondo gli inquirenti, gli sottrasse un portafoglio contenente un carnet d’assegni, due milioni di lire e circa trecento dollari, duecento dei quali fuori corso. Il 57enne, che per l’appunto non ha mai ammesso di essere lui l’assassino, sostiene da sempre di avere ricevuto il titolo bancario per una fornitura di materiale da riscaldamento, ma il suo racconto non ha mai trovato alcuna conferma. 

Giuseppe Magaddino, la vittima, era figlio di Gaspare che venne barbaramente trucidato a Brooklyn, nel 1970, quando era considerato il punto di convergenza tra gli interessi delle storiche organizzazioni mafiose siciliane e statunitensi ed in particolare della famiglia Bonanno-Bonventre.

“Il ricorso merita accoglimento”, si legge nelle motivazioni degli ermellini, secondo cui il giudice, ai fini della concessione dei permessi premio, deve accertare la sussistenza di tre requisiti, ovvero “la regolare condotta del detenuto, l’assenza di pericolosità sociale, la funzionalità del permesso premio alla coltivazione di interessi affettivi, culturali e di lavoro”.

Ma soprattutto viene ricordato che “ai fini della concessione del permesso premio, come per ogni altra misura alternativa alla detenzione, non può mai pretendersi la confessione del condannato, il quale ha il diritto di non ammettere le proprie responsabilità, pur dovendosi attivare per prendere parte in modo attivo all’opera di rieducazione”.

“Nel caso in esame – viene spiegato – l’indagine condotta dal tribunale di sorveglianza si è arrestata all’atteggiamento negazionista di Giusto, peraltro solo parziale avendo il condannato ammesso, come si legge nel provvedimento impugnato, una partecipazione, sia pure limitata, alla vicenda giudiziaria conclusa con la sua condanna, negando di essere l’autore materiale del delitto e riconoscendo di essere colpevole soltanto ‘per avere incassato gli assegni'”.

Silvana Cortignani


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