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Remo Parenti: “Le produzioni di castagne e nocciole continuano a riscontrare difficoltà, per la fauna selvatica si è riusciti a coprire fino all’80% del danno certificato…”

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Viterbo – “Le produzioni di castagne e nocciole continuano a riscontare difficoltà, per la fauna selvatica si è riusciti a coprire fino all’80% del danno certificato…”. Remo Parenti, presidente di Confagricoltura Viterbo, racconta questi ultimi 12 mesi con un bilancio a 360 gradi che analizza il territorio e traccia possibili soluzioni.

Un quadro articolato con diverse tematiche che riguardano la Tuscia. A incominciare dall’emergenza climatica e dalle criticità riscontrate nelle produzioni. 

“Il clima è stato abbastanza clemente nelle nostre zone, ma il riscaldamento globale rimane – ha spiegato il presidente di Confagricoltura Viterbo -. Purtroppo però alcune produzioni continuano a riscontrare delle difficoltà, come la nocciola e la castagna. Considerando anche che la vespa samurai comunque impiega almeno 4 o 5 anni per consolidarsi all’interno di un territorio e cominciare a parassitare le cimici asiatiche”.

Un anno dove la fauna selvatica rimane una criticità, pur avendo però raggiunto un importante traguardo. “Confagricoltura ha portato avanti un’importante battaglia – ha raccontato Remo Parenti -. È stato infatti avviato un confronto proficuo in Regione e con l’indennizzo siamo riusciti a coprire fino all’80% del danno certificato dai periti. A destare preoccupazione però anche la presenza dei lupi”.

E tra le difficoltà c’è in particolare un punto su cui bisogna mantenere alta l’attenzione. “Purtroppo è un dato di fatto che i prezzi non riescono più a coprire i costi di produzione – conclude il presidente di Confagricoltura Viterbo -. Una criticità che vogliamo continuare a mettere sotto i riflettori con diversi tavoli e confronti”. 


Remo Parenti

Remo Parenti


Come è stato questo 2024? Nella Tuscia quali produzioni hanno riscontrato maggiori o minori difficoltà?
“Credo che in linea generale sia andata bene sul nostro territorio perché comunque il tempo è stato abbastanza clemente nelle nostre zone e più stabile rispetto ad altre parti d’Italia.

Purtroppo però alcune produzioni continuano a riscontrare delle criticità. In particolare mi riferisco alle nocciole che per il quarto anno consecutivo sono in difficoltà sia a causa delle pioggia di questo autunno sia alla cimice asiatica che ormai è diventata stanziale soprattutto nella zona dei Monti Cimini. Questo insetto colpisce con i dentini la nocciola che viene rovinata e non è più utilizzabile a livello industriale.

Problematiche ne abbiamo anche con la raccolta della castagne, tra l’altro finita da pochissimo nelle nostre terre. In questo campo purtroppo non riusciamo più a ristabilirci agli anni prima del 2009/2010 quando è arrivato il famoso cinipide. Stiamo ancora scontando la presenza di questo insetto e infatti abbiamo una serie di eventi concatenati che dipendono proprio dalla sua diffusione. In particolare faccio riferimento allo Gnomo gnosis che è una muffa che prospera in corrispondenza della galle di cui è responsabile il cinipide, attaccando di fatto anche i ricci e il frutto. Così anche in questo caso le nocciole non sono più  utilizzabili in campo industriale.

Quali le cause delle criticità? A incidere è, come l’anno passato il cambiamento climatico?
“Certamente il cambiamento climatico incide, anche se, come specificavo precedentemente, devo dire che quest’anno nella Tuscia siamo stati più fortunati. Sappiamo infatti che al sud c’è stata una siccità terrificante sia in tarda primavera sia in autunno, in particolare in Sicilia e Puglia. Al nord invece di contro ci sono stati forti alluvioni, con l’Emilia Romagna che ha subito notevoli danni.

Diciamo quindi che nella nostra provincia non ci possiamo lamentare troppo anche se comunque abbiamo avuto un clima che spesso ci mette in difficoltà perché, anche se non ha colpito con punte particolarmente violente, è comunque diverso da quello che c’era prima.

Poi, come specificato poco fa, alcune produzioni, come le nocciole e le castagne, riscontrano già altre difficoltà e il cambiamento climatico non fa altro che aggravare la situazione”.

 Come sono andate invece le produzioni di olive e cereali?
“La raccolta delle olive è stata buona se non fosse per una percentuale di olio all’interno delle olive piuttosto bassa, che è stata proprio la caratterizzazione dell’annata. A fronte di ciò, comunque in molte zone della provincia la produzione è andata bene e speriamo che questo abbia compensato la scarsità di olio che era presente, sicuramente con una media al di sotto del 10%.

Per i cereali l’annata nel suo complesso non è stata male, anche se qui purtroppo a incidere è il fattore prezzo, come poi del resto in un po’ tutte le produzioni”.

È stato infatti un anno complesso per i prezzi di alcuni prodotti, in particolare delle nocciole. Per questo motivo era stato anche convocato in ambito regionale un tavolo di crisi permanente. Quali i possibili provvedimenti in questo campo?
“Purtroppo è un dato di fatto che i prezzi non riescono più a coprire i costi di produzione. In Regione ci sono state diverse riunioni quest’anno. Tante occasioni in cui sono stati affrontati più temi, tra cui quello del prezzo dei prodotti. E, su questa scia, ci saranno tanti altri tavoli di confronto.

Noi a livello regionale siamo stati presenti anche grazie al presidente di Confagricoltura Lazio Antonio Parenti che, con gli strumenti giusti, ha avviato dei colloqui con la Regione per portare avanti insieme diverse battaglie tra cui proprio quella dei prezzi.

Il calo dei prezzi riguarda, ad esempio, i cereali per i quali stiamo tornando ai prezzi di fine anni ’80. Noi stiamo ancora confrontando prezzi di circa quaranta anni fa con i costi di produzione che si sono triplicati o quadruplicati. Un discorso che purtroppo vale anche per le nocciole, dove siamo tornati indietro negli anni con i prezzi. Sono quelli di tanti anni fa con caratteristiche più penalizzanti soprattutto se considerato che adesso il quadro è aggravato dalla presenza della cimice asiatica”.

L’anno scorso una grossa criticità era rappresentata dall’eccessiva presenza della cimice asiatica sui Monti Cimini. Dopo un tavolo regionale, si è poi deciso di intervenire con il lancio della vespa samurai, suo insetto antagonista. A che punto siamo in questo campo? Si sono ottenuti dei risultati?
“Diciamo che da questo punto di vista il discorso è un po’ più complesso. Intanto va dato atto alla Regione che, in maniera tempestiva e meritoria, si è effettivamente mossa per agire e cercare di trovare una soluzione. Va però anche specificato che la vespa samurai comunque impiega almeno 4 o 5 anni per consolidarsi all’interno di un territorio e cominciare a parassitare le cimici asiatiche. Diciamo quindi che ci vorrà del tempo per vedere quali risultati sono stati ottenuti. Dovranno passare almeno 7 o 8 anni per avere un quadro completo e chiaro. Nel frattempo ritengo quindi che sia necessario continuare a portare avanti questa battaglia su più fronti, magari finanziando delle ricerche per trovare altre possibili soluzioni. Sarebbe molto importante confrontarci con dei tavoli, coinvolgendo anche l’Unitus che con il dipartimento Dafne è un’eccellenza a livello europeo e potrebbe dare un fondamentale apporto nel campo della ricerca. Si potrebbe, ad esempio, cercare di capire se ci sono delle varietà di nocciole più resistenti alla cimice asiatica. In questo caso chiaramente il discorso sarebbe molto articolato perché noi in provincia abbiamo una nocciola tipica e sostituirla sarebbe molto complesso, ma comunque si potrebbero fare dei ragionamenti e affrontare la situazione su più fronti.

Inoltre sarebbe bene intavolare un confronto anche con Ferrero che, insieme ai rappresentanti istituzionali, potrebbe avviare un colloquio con i produttori della provincia per studiare possibili azioni da mettere in campo”.

Le criticità sono emerse anche per quanto riguarda il contenimento e il controllo della fauna selvatica. Quali passi avanti sono stati fatti quest’anno?
“Purtroppo per quanto riguarda la fauna selvatica i danni sono in aumento. Nel 2024 molti agricoltori hanno rinunciato a denunciare i danni subiti perché si percepiva un indennizzo, che non è un risarcimento proporzionato in base al danno ma secondo quanto stanziato dall’assessorato regionale.

In questo ambito però Confagricoltura ha portato avanti un’importante battaglia. È stato infatti avviato un confronto proficuo in Regione. In particolare su mia richiesta specifica all’assessorato competente, si è intervenuti sull’indennizzo per i danni della fauna selvatica. Siamo infatti stati ascoltati dall’assessore Giancarlo Righini e con l’indennizzo si è riusciti a coprire fino all’80% del danno certificato dai periti. Un importante traguardo visto che fino agli anni scorsi avevamo un indennizzo che, facendo una media degli ultimi venti o trenta anni, non superava il 30% e questo comportava grande sconforto negli agricoltori che spesso rinunciavano a denunciare il danno perché l’indennizzo era totalmente insufficiente. Ora invece abbiamo un indennizzo che, pur non essendo un vero e proprio risarcimento, copre quasi la totalità dei danni. E poi magari spero che nel corso degli anni si arrivi alla totalità della copertura del danno, magari già dal prossimo anno. Poi se riusciamo a contenere in qualche modo i cinghiali in futuro, spero che non ci sia più bisogno di un indennizzo o risarcimento”. 

Sul territorio però a destare preoccupazione è anche la presenza dei lupi? Dove soprattutto? Quali le possibili soluzioni?
“La situazione, per quanto riguarda i lupi, è in effetti preoccupante. Più volte c’è stata segnalata la loro presenza, in particolare nelle zone di Latera e Valentano. Parliamo non di un lupo isolato, ma di branchi con più esemplari. E in quelle zone ci sono tanti boschi con cercatori di funghi e pastori con greggi che sono abituati a pascolare anche a distanza di qualche chilometro dal rifugio o dal centro aziendale. Alcuni di loro sono impauriti. E inoltre altre segnalazioni di avvistamenti ci arrivano anche dai Cimini.

Bisogna quindi arrivare a pensare a delle possibili soluzioni, magari intavolando un confronto con degli esperti per studiare il territorio perché in questi casi è necessario essere realisti. Il nostro compito è segnalare il problema e sollecitare un intervento magari con esperti che cerchino di stabilire qual è l’equilibrio giusto da rispettare per una loro presenza sana sul territorio.

Anche perché è stato anche segnalato che nel nord del viterbese ci sia un branco di circa 13 lupi e il timore è che, col passare del tempo, si possa arrivare a molti più esemplari. Un quadro che potrebbe mutare e verificarsi già a partire dall’anno prossimo”.

Lo scorso anno e l’inizio di quest’anno ha visto gli agricoltori della Tuscia unirsi alle proteste nazionali con il presidio di Orte e successivamente di Viterbo. Anche lei ha voluto incontrarli per ascoltare le loro esigenze. Quali sono i problemi che il settore sta vivendo? Quali le loro richieste condivisibili?
“Nel corso dei mesi di questo anno ci sono stati diversi incontri per affrontare questo tema, perché è indubbio che le ragioni della protesta sono legittime. In alcuni casi mi sento di dire che non ho condiviso i modi e la forma, ma le ragioni fanno leva su criticità concrete come i prezzi che non riescono più a coprire i costi di produzione, il cambiamento climatico che mette a dura prova i raccolti, la fauna selvatica che prolifica. Ci sono aziende più strutturate che riescono ad ammortizzare tutte le varie situazioni negative, ma ci sono anche quelle più piccole che faticano ad arrivare a fine anno.

Il nostro è un mestiere fatto di sudore e fatica, dove molti agricoltori anziani hanno un cordone ombelicale che li lega al loro pezzo di terra, ma in tanti si interrogano se valga la pena continuare. Cambiare però implica sofferenza, affrontando una vera e propria perdita perché questo è il mestiere di una vita, che si è scelto di portare avanti. Bisogna quindi tenere da conto questo aspetto, la componente sociale e umana di chi questo mestiere lo fa con vera passione.

Sul campo delle proteste comunque, credo che qualche risultato si sia ottenuto. Soprattutto negli ultimi mesi vedo segnali importanti da parte dell’amministrazione regionale, dal governo e anche a livello europeo. Mi sembra che si sia presa la distanza dal quadro, decisamente offensivo per i lavoratori, che dipinge gli agricoltori come dei distruttori dell’ambiente e che finalmente si sia capita l’importanza di portare avanti una politica agricola attenta e concreta, ben diversa da quella che abbiamo vissuto e subito fino a inizio anno 2024. 

Mi sembra che ci sia un vento politico diverso da questo punto di vista e bisogna vedere come si tradurrà in provvedimenti concreti. Anche perché non ci si può più nascondere. Purtroppo molte aziende sono sparite. E non si può non riconoscere che anche in provincia di Viterbo molti terreni finiscono per essere abbandonati ormai. Una tendenza che purtroppo sta aumentando, e non solo da noi”.

Nel viterbese si è parlato anche di sfruttamento agricolo ai danni dei braccianti… 
“Vorrei chiarire e sottolineare che Confagricoltura è sempre stata ed è contro ogni forma di sfruttamento. Detto questo però non possiamo accettare che qualcuno dica che la totalità delle aziende agricole sia fuorilegge e sfrutta i dipendenti. È una cosa che non accettiamo, che ci offende e che non rende sicuramente un buon servizio a nessuno. Sono tanti infatti gli agricoltori, e lo posso dire con certezza, che fanno le cose fatte bene e che si sentono offesi da determinate affermazioni”.

Come è andata quest’anno invece la produzione di frutta?
“Ci sono state delle culture che sono andate sicuramente bene, come i finocchi e i carciofi. Altre invece hanno subito danni per via delle accentuazioni climatiche perché comunque, anche se non abbiamo avuto punte di squilibrio di grande effetto o catastrofiche, in ogni caso c’è un clima che sta subendo gli effetti del riscaldamento globale. Quindi diciamo che nel settore della frutta ci sono state delle criticità e c’è chi è riuscito a farci fronte e chi non ci è riuscito del tutto.

Per esempio, non sono andate male le vendemmie, con una buona qualità del vino. Anche perché in provincia di Viterbo abbiamo la ricchezza del terreno di origine vulcanica e, nonostante il clima, riusciamo a produrre ottimi prodotti. E, proprio per questo, credo che i nostri prodotti andrebbero valorizzati maggiormente quando parliamo di identità della Tuscia”.

La Tuscia è ancora tra le possibili aree idonee per ospitare il deposito di scorie nucleari. Quali i rischi che ancora corriamo?
“Purtroppo ad oggi siamo ancora un territorio idoneo ad ospitare il deposito di scorie nucleari. Abbiamo ancora questa spada di Damocle sulla testa e forse in maniera ancora più vicina e preoccupante.

Nel corso di questo anno sono state fatte varie manifestazioni per esprimere il proprio dissenso e anche Confagricoltura ha ribadito la propria contrarietà. Abbiamo bisogno che ci venga detto chiaramente sulla base di quali criteri potrebbe essere scelto il nostro territorio. Una provincia che ricordo essere anche a rischio sismico in alcune zone, come ce lo ha ampiamente dimostrato il terremoto del 1971 a Tuscania quando si è aperta una vera e propria faglia e abbiamo pianto diverse vittime.

Bisognerebbe valutare questi aspetti con un attento studio delle carte geologiche, anche perché alcuni siti idonei sono proprio a Tuscania e nel territorio circostante, a distanza di pochissimi chilometri da quello che è stato l’epicentro.

Ci dovrebbero quindi chiarire determinate ragioni, oltre al fatto che andrebbero tenute da conto anche le esigenze della popolazione perché non si può far terra bruciata su aree di lavoro. Io capisco che magari altre province la pensino allo stesso modo, ma allora ci dimostrino scientificamente ed effettivamente perché noi siamo l’area più idonea.

Anche perché per un periodo andrebbero ospitati anche rifiuti ad alta intensità e questi sono scorie altamente pericolose che dovrebbero finire non so quanti chilometri sotto la superficie.

Ci sono delle domande a cui non è stata data risposta e credo che in un paese democratico sia giusto che l’iter procedurale debba essere totalmente trasparente”.

Cosa si augura per il 2025?
“Mi auguro che si concretizzino tutte quelle sensazioni, sostenute da diverse dichiarazioni rilasciate soprattutto ultimamente da esponenti politici importanti, che possano portare finalmente allo sviluppo di una politica agricola. Perché questo è quello che noi chiediamo, ossia una politica agricola che ci dica la strada da percorrere e che ci consideri come un settore importante e strategico.

Mi auguro quindi che effettivamente si riconsideri l’agricoltura per l’importanza che ha da un punto di vista strategico economico, ma anche ambientale. E proprio quest’ultimo aspetto spesso erroneamente non viene considerato, ma è invece di fondamentale importanza. L’agricoltura infatti ha un grande valore ad esempio nel contrasto al dissesto idrologico, agli incendi. Pensiamo alle fiamme che avanzano in un territorio e che certamente con un terreno abbandonato, magari con un metro e mezzo di erba alta e incolta, non possono far altro che avanzare. Di contro l’incendio potrebbe invece divampare con più difficoltà o arrestarsi di fronte a un terreno irrigato da parte dell’agricoltore o comunque lavorato.

E poi mi auguro fondamentalmente che il clima non proceda in questa fase di riscaldamento globale e che magari invece ricominci a ritornare sui suoi passi, con temperature più in linea con quelle di almeno trenta anni fa”.

Maurizia Marcoaldi


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