Viterbo – (sil.co.) – “La paziente era stata lasciata sola dalla figlia in ospedale, affidata a una badante”. Si è sentita anche accusare di avere “abbandonato” la madre di 86 anni in un letto dell’ospedale di Belcolle la figlia che ha impiegato 23 anni per ottenere dalla Asl di Viterbo un maxirisarcimento di oltre 350mila euro per la tragica morte della congiunta, in seguito a un’operazione al femore effettuata dopo giorni dal ricovero. La donna, per la cronaca, viveva e vive a centinaia di chilometri di distanza. Secondo la difesa dell’azienda sanitaria – per vedersi riconoscere il danno parentale – avrebbe dovuto provare il “rapporto di convivenza o di stretta frequentazione”.
Viterbo – L’ospedale di Belcolle
La condanna della corte d’appello di Roma è dello scorso 14 gennaio. “L’intervento non aveva potuto essere effettuato immediatamente per le gravi condizioni in cui era giunta la paziente”, si è difesa la Asl, condannata in appello al risarcimento per omicidio colposo. Ma ha usato anche frasi come “La paziente era stata lasciata sola dalla figlia in ospedale, affidata ad una badante”, dicendo che oltretutto “non è stato provato il danno”.
L’anziana è deceduta nel 2012 a seguito di un intervento al femore eseguito, secondo i giudici capitolini, con grave ritardo. A Belcolle era giunta il 18 ottobre con una frattura al femore avvenuta in casa. Nonostante le linee guida impongano un’azione tempestiva per i pazienti anziani al fine di ridurre complicanze potenzialmente letali, l’intervento chirurgico venne eseguito solamente il 9 novembre successivo, 23 giorni dopo.
“La figlia non ha provato, al fine del riconoscimento del danno parentale quale danno non patrimoniale, il rapporto di convivenza o di stretta frequentazione, le conseguenze psicologiche subite ed i motivi per cui, pur tenendo alla madre, l’abbia lasciata da sola in ospedale assistita da una badante, senza accompagnarla per il ricovero”, ha insistito la difesa della Asl di Viterbo.
“Dalla lettura della cartella clinica e di quella infermieristica oltre gli accertamenti laboratoristici e radiologici – si legge nella sentenza – non risultano elementi pertinenti che potessero portare ad un intervento così tardivo. Soltanto in data 24.10.2012 (sette giorni dopo il ricovero ospedaliero) si osserva la comparsa di sudorazione algida profusa e marezzatura degli arti inferiori”. Prima, l’anziana sarebbe stata pronta. Anche in accordo con le conclusioni della consulenza tecnica d’ufficio, per i giudici capitolini non vi era alcuna controindicazione medica all’intervento tempestivo.
Nei giorni successivi all’operazione poi la situazione clinica sarebbe ulteriormente precipitata.Il 19 novembre: “Paziente in condizioni gravissime, marezzata, presenta dispnea. Non risvegliabile”. Pochi minuti più tardi, il decesso. La causa del decesso è stata individuata in una sepsi, sviluppatasi a seguito della prolungata ospedalizzazione e della mancata assistenza adeguata.
“La condotta colposa di ritardo nell’intervento, associata ad una prestazione non adeguata nelle more dell’intervento, ha concorso a cagionare il decesso della paziente”, concludono i giudici.
Oltre al maxirisarcimento di oltre 350 mila euro per il danno subito dalla figlia della donna, l’azienda sanitaria dovrà coprire anche le spese legali della ricorrente, per un importo complessivo di oltre 26.000 euro.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
