Carico di legname – Nel riquadro un boscaiolo al lavoro (foto di repertorio)
Acquapendente – Si è chiuso ieri davanti al giudice Jacopo Rocchi il processo simbolo della lotta al “caporalato”nelle campagne della Tuscia.
È finito con la condanna a un anno di reclusione nonché a tutte le sanzioni accessorie previste dalla legge il processo al commerciante di legname di Acquapendente accusato di sfruttare il lavoro di tre richiedenti asilo, ospitati presso l’allora centro di accoglienza del paese e impiegati come boscaioli nella sua ditta.
Due si sono costituiti parte civile, ottenendo il risarcimento dei danni. Un risvolto inedito: “grazie” allo sfruttamento, una delle presunte vittime si è vista annullare l’espulsione dall’Italia.
Abdelrahmane Madi Akounou, una delle parti offese
Il giudice ha disposto una provvisionale di duemila euro ciascuno alle due vittime che si sono costituiti parte civile con l’avvocato Carlo Mezzetti, riconoscendo loro il diritto a un risarcimento in sede civile.
Imputato il 55enne Claudio Spiti, difeso dall’avvocato Enrico Valentini, finito per qualche mese agli arresti domiciliari a partire dal 23 settembre 2019 su richiesta del pm Massimiliano Siddi. Il suo fu il primo di una serie di arresti chiesti dalla procura della repubblica di Viterbo in seguito al giro di vite contro caporalato e sfruttamento dei lavoratori, sviluppatosi in diversi filoni d’inchiesta, con più fascicoli aperti da vari pubblici ministeri.
Le indagini a carico di Spiti si sono aperte in seguito alla denuncia dell’unica delle tre parti offese che non si è costituita parte civile al processo.
Si è invece rivolto all’avvocato Carlo Mezzetti uno dei richiedenti asilo sfruttati, il quale fu raggiunto, lo stesso giorni, dal decreto di espulsione e dalla citazione come parte offesa. “Occupandomi di immigrazione, riuscii a bloccare la sua espulsione proprio perché. come prevede la legge, risultava essere parte offesa in un procedimento penale in Italia, dopo di che l’espulsione è stata annullata”, spiega il legale rivelando un risvolto inedito della vicenda.
Il 55enne fu denunciato ai carabinieri e all’ispettorato del lavoro, a gennaio di sei anni fa, da un 28enne d’origine nigeriana all’epoca attaccante di una squadra di calcio locale. In seguito a una seconda denuncia fu arrestato.
Tra i testimoni sentiti nel corso del processo, un 26enne del Gambia il quale, assistito da una interprete, ha raccontato come da una promessa remunerazione di 50 euro al giorno, si sia ritrovato a percepire 50 euro al mese.
Quando sono stato assunto, l’imputato mi ha promesso un contratto, dopo due mesi mi ha consegnato un foglio di avviamento al lavoro. Era agosto. Mi ha detto 50 euro al giorno, per lavorare dalle 7 alle 16, con un’ora di pausa a pranzo, sei giorni alla settimana. Il primo mese mi ha pagato 200 euro, il secondo e il terzo 150 euro, il quarto mi ha dato 50 euro”, ha spiegato il 24enne, che a quel punto, assieme ad altri operai, avrebbe chiuso i rapporti di lavoro con il commerciante.
Oltre a non avere mai ricevuto una busta paga, non sarebbe stato neanche dotato dei più elementari dispostivi di sicurezza, nonostante lavorasse con la motosega e caricasse i tronchi tagliati a bordo del trattore,”Io e gli altri – ha detto – ci siamo comprati da soli, con i soldi nostri, le attrezzature di sicurezza”.
Silvana Cortignani
L’avvocato di parte civile Carlo Mezzetti
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


