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Maria Beatrice Ranucci: “Un anno particolarmente critico per l’agricoltura della Tuscia, i cambiamenti climatici hanno influito pesantemente sulle produzioni….”

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Viterbo – “Un anno particolarmente critico per l’agricoltura della Tuscia, i cambiamenti climatici hanno influito pesantemente sulle produzioni….”. La presidente di Coldiretti Viterbo, Maria Beatrice Ranucci, tira le somme di questi ultimi 12 mesi e traccia un quadro ampio da un punto di vista agricola, per la nostra provincia e per il Lazio. 

“Il 2024 è stato un anno particolarmente complesso e critico per l’agricoltura della Tuscia e di tutto il Lazio. Il nostro territorio ha dovuto affrontare sfide importanti. I cambiamenti climatici hanno influito pesantemente sulle produzioni. Tra quelle più colpite ci sono soprattutto le nocciole, con cali di produzione di oltre il 50% e punte fino al 70%”, spiega la presidente di Coldiretti Viterbo.

E avanza però anche possibili soluzioni da mettere in campo. 

“I cambiamenti climatici non possono più essere trattati come un’emergenza, perché ormai rappresentano la normalità, con la tropicalizzazione del clima a cui assistiamo. Questo deve spingerci a intervenire – racconta Maria Beatrice Ranucci -. Coldiretti ha proposto un piano invasi con pompaggio, che consentirebbe di garantire acqua nei periodi di siccità, ma anche di limitare l’impatto sul terreno di piogge e acquazzoni sempre più violenti.


Maria Beatrice Ranucci

Maria Beatrice Ranucci


Come è stato questo 2024? Nella Tuscia quali produzioni hanno riscontrato maggiori o minori difficoltà?
“Il 2024 è stato un anno particolarmente complesso e critico per l’agricoltura della Tuscia e di tutto il Lazio. Il nostro territorio ha dovuto affrontare sfide importanti. I cambiamenti climatici hanno influito pesantemente sulle produzioni. Tra quelle più colpite, dagli effetti dell’alternanza di periodi siccitosi a quelli caratterizzati da forti piogge e dalle alte temperature arrivate in anticipo, ci sono soprattutto le nocciole, con cali di produzione di oltre il 50% e punte fino al 70%. La situazione non è stata migliore per il settore vitivinicolo, con un calo del 30%, dati che sono comunque migliori dello scorso anno in cui la peronospora ha distrutto in alcune zone anche il 90% dei raccolti fino al 100%. Ripercussioni dei cambiamenti climatici si sono registrate anche sulla campagna olearia, che quest’anno rispetto al 2023, ha visto una maggiore produzione di olive di oltre il 30%, ma con una resa minore, quindi con una quantità di olio inferiore, anche se la qualità è ottima. Criticità anche per la castanicoltura, che a causa della siccità, ha fatto registrare castagne con una pezzatura ridotta”.

Quali sono i territori della provincia dove le produzioni sono andate meglio e quali quelli in cui ci sono state delle problematiche?
“Le difficoltà si sono registrate a macchia di leopardo in tutta la Tuscia”.

Quali le causa di eventuali criticità nelle produzioni?
“Le cause principali delle criticità che abbiamo registrato sono da imputare prevalentemente ai cambiamenti climatici. Naturalmente ad alcune filiere è mancato il sostegno, anche di tipo economico, per poter consentire alle aziende agricole di continuare a fare il proprio lavoro. E in merito ci siamo battuti e abbiamo portato le loro problematiche sui tavoli istituzionali per garantire il rispetto dei loro diritti, che è l’unica cosa che a noi interessa”.

Quali possibili soluzioni ai cambiamenti climatici?
“I cambiamenti climatici non possono più essere trattati come un’emergenza, perché ormai rappresentano la normalità, con la tropicalizzazione del clima a cui assistiamo. Questo deve spingerci a intervenire per affrontare temperature così alte, che mettono costantemente a rischio l’intero settore agroalimentare e la nostra dieta mediterranea. La nostra regione si trova in forte difficoltà, soprattutto se permarranno queste condizioni climatiche, che stanno determinando danni alle colture, con un impatto dirompente sui redditi delle imprese, già alle prese con i problemi causati dalla concorrenza sleale delle importazioni dall’estero e dagli elevati costi di produzione.

Coldiretti ha proposto un piano invasi con pompaggio, che consentirebbe di garantire acqua nei periodi di siccità, ma anche di limitare l’impatto sul terreno di piogge e acquazzoni sempre più violenti, che accentuano la tendenza allo scorrimento dell’acqua nei canali asciutti. Si tratta di un progetto immediatamente cantierabile per una rete di bacini di accumulo. I laghetti sarebbero realizzati senza cemento, con pietra locale e con le stesse terre di scavo con cui sono stati preparati, per raccogliere la pioggia e utilizzarla in caso di necessità. L’obiettivo è raddoppiare la raccolta di acqua piovana garantendone la disponibilità per gli usi civili, per la produzione agricola e per generare energia pulita idroelettrica, contribuendo anche alla regimazione delle piogge in eccesso e prevenendo il rischio di esondazioni. Fondamentale in tale ottica il recupero degli invasi già presenti sul territorio attraverso un’opera di manutenzione”. 

Un anno complesso per i prezzi bassi di alcuni prodotti, in particolare le nocciole. Quali le produzioni che stanno riscontrando questa criticità? Quali le possibili soluzioni?
“Purtroppo il calo di produzione determina riflessi negativi sul mercato con un inevitabile aumento dei costi. Alla diminuzione dell’offerta corrisponde un aumentano dei prezzi. In questi casi un valido sostegno è rappresentato dalla filiera corta, che riduce i costi relativi al trasporto dei prodotti e offre dei vantaggi sull’impatto ambientale. È quello che da sempre facciamo nei nostri mercati di Campagna Amica, sostenendo un modello che garantisce prodotti a chilometro zero più economici, salutari e controllati per una maggiore sicurezza dei consumatori”. 

Tra le battaglie portate avanti da Coldiretti anche la promozione di un’etichettatura di origine chiara e trasparente dei prodotti per la piena conoscenza del cibo che il consumatore mette a tavola. Quali progressi sono stati fatti in questo campo?
“Durante la mobilitazione ‘No fake in italy’, partita dal Brennero, come Coldiretti abbiamo lanciato una raccolta firme per una legge popolare europea volta a garantire trasparenza sulle etichette di tutti gli alimenti. L’obiettivo è quello di raggiungere un milione di firme per dire basta ai cibi importati e camuffati come italiani e difendere la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori. 

Solo così sarà possibile porre fine all’inganno dei prodotti stranieri spacciati per tricolori permesso dall’attuale norma del codice doganale sull’origine dei cibi, che consente l’italianizzazione grazie ad ultime trasformazioni anche minime. 

A riguardo è importante la recente sentenza della Corte dei Conti Ue sulla necessità di colmare le lacune del quadro giuridico dell’Unione in materia di etichettatura degli alimenti per garantire maggiore trasparenza ai consumatori. Secondo il rapporto Coldiretti/Censis la battaglia per l’etichettatura d’origine incontra un vero e proprio plebiscito tra gli italiani con addirittura il 91% che chiede informazioni semplici e trasparenti con la provenienza di tutti gli ingredienti del cibo che mettono in tavola, così da poter capire bene di cosa si tratta.

È possibile sottoscrivere la proposta di legge in tutti i mercati contadini di Campagna Amica e in tutte le sedi territoriali ma anche sul web. Basta collegarsi al sito https://eci.ec.europa.eu/049/public/#/screen/home e selezionare il proprio paese di cittadinanza nel menu a tendina in giallo a sinistra. Si potrà quindi scegliere se compilare il modulo inserendo i propri dati con numero della carta d’identità o del passaporto oppure accedere direttamente con lo spid”.

Coldiretti ha lavorato per attenzionare le istanze degli agricoltori. Verso la fine di novembre è stato raggiunto anche un accordo per salvare l’agricoltura in crisi, con un pacchetto di misure straordinarie per sostenere il comparto in difficoltà. Quali le battaglie maggiormente condivise con l’istituzione regionale? Quali invece i passi ancora da fare?
“A novembre migliaia di agricoltori provenienti da tutto il Lazio e naturalmente da Viterbo, sono scesi in piazza con la Coldiretti Lazio davanti al palazzo della regione, dove sono rimasti in mobilitazione permanente protestando ad oltranza e dormendo in tenda, per chiedere di rimettere al centro l’agricoltura.

Dopo alcuni giorni la regione Lazio ha accolto le nostre richieste per tutelare il settore. Tra le quali il contenimento della fauna selvatica, l’accordo sul potenziamento ed efficientamento della struttura tecnica dell’assessorato all’Agricoltura, per fare fronte alle numerose esigenze collegate alla crisi del settore agricolo nel Lazio, l’attivazione di un tavolo di confronto permanente solo con le rappresentanze agricole del Cnel sulle misure dello sviluppo rurale su tutte le scelte di politica agricola, così come il potenziamento del servizio fitosanitario. E ancora lo sblocco dell’affidamento del servizio Uma, per poter risolvere i disagi sull’assegnazione del gasolio agricolo, oltre all’impegno per l’attivazione di un fondo emergenziale regionale per la crisi del latte di bufala, così come è stata concordata la creazione di un fondo crisi, sia per l’ortofrutta con 5 milioni di euro, di cui 4 per la filiera del kiwi e 1 per le nocciole, sia per il settore ovino con 5 milioni di euro, per il ristoro delle aziende che hanno perso capi attaccati dai lupi e per i danni da lingua blu, oltre alla messa a disposizione dei vaccini.

L’attenzione resta alta perché le problematiche sono importanti e dobbiamo fare continuamente i conti con i cambiamenti climatici”.

Da parte di Coldiretti anche la volontà di mettere in campo misure per contenere la diffusione della malattia “lingua blu”. Cosa è stato fatto? Anche la nostra provincia potrebbe riscontrare questo problema nel settore ovicaprino?
“Abbiamo lanciato l’allarme sulla malattia lingua blu giù da tempo ed era tra le problematiche sollevate nel corso della mobilitazione dello scorso novembre alla Regione Lazio, che ha accolto le nostre istanze, destinando cinque milioni di euro al settore ovicaprino, per il ristoro delle aziende che hanno perso capi attaccati dai lupi e per i danni da lingua blu, oltre alla messa a disposizione dei vaccini.

Il settore ovocaprino dovrà affrontare le difficoltà legate alla Blue tongue, oltre agli attacchi dei lupi, che con le continue predazioni hanno contribuito alla riduzione in pochi anni di 250 mila unità il patrimonio ovicaprino. E’ previsto lo smaltimento gratuito delle carcasse predate e gli allevatori avranno la disponibilità gratuita dei vaccini per fronteggiare la malattia.

La Lingua blu porta al calo della produzione di latte e al blocco della movimentazione delle greggi e delle mandrie, con danni economici per le aziende.
Servono, inoltre, controlli serrati sulle importazioni di animali vivi dall’estero, poiché la lingua blu è arrivata nelle regioni settentrionali probabilmente dal Nord Europa, dove la malattia sta dilagando. Importante in tale ottica l’utilizzo delle stalle di sosta, oltre all’uso di repellenti per gli insetti.

Per quanto riguarda le difficoltà legate alla Blue tongue, anche Viterbo è esposta come tutto il Lazio”.

Le criticità in questo 2024 sono emerse anche per quanto riguarda il contenimento e controllo della fauna selvatica, in particolare con l’eccessiva presenza dei cinghiali. Cosa è stato fatto per arginare questo problema e cosa ancora potrebbe essere fatto?

“Ci siamo battuti e siamo entrati in mobilitazione già dallo scorso giugno, quando Coldiretti Lazio ha organizzato all’Auditorium Parco della Musica un confronto sul tema “Cinghiali: vera calamità naturale” al quale hanno partecipato anche le istituzioni. Una mobilitazione preceduta dalla manifestazione davanti a Montecitorio e alla regione Lazio nel 2021 e da quella in piazza Santi Apostoli nel 2022, proseguita a luglio davanti al palazzo regionale e nuovamente a novembre, quando abbiamo ottenuto, nell’accordo con la regione Lazio, il contenimento della fauna selvatica con l’approvazione urgente del Priu, il Piano regionale di interventi urgenti, sia per quanto riguarda i cinghiali, che i lupi, per i quali la federazione regionale chiede il loro spostamento in aree più idonee, ma anche la proposta di primi interventi urgenti in favore delle filiere in crisi.

La situazione va costantemente monitorata e noi continueremo a vigilare. Nel Lazio sono state superate le 250 mila presenze di ungulati, di questi oltre 80 mila solo nella Tuscia, che nel nostro territorio hanno causato danni per oltre 5 milioni di euro. Ai rischi per la viabilità si aggiungono i danni all’agricoltura con oltre l’80% di raccolto distrutto”. 

Sul territorio però a destare preoccupazione è anche la presenza di lupi? Dove soprattutto? Quali i danni per i produttori? Quali le possibili soluzioni?
“Purtroppo la presenza dei lupi sta causando ingenti danni agli allevatori che ci segnalano aggressioni ai loro capi.

Abbiamo chiesto alla regione un piano di contenimento dei lupi che deve prevedere il loro spostamento in aree più idonee al loro habitat naturale, un monitoraggio e un piano assicurativo attraverso un fondo mutualistico che consenta lo smaltimento delle pecore uccise. Abbiamo ottenuto dalla regione, così come ricordato sopra, il contenimento della fauna selvatica con l’approvazione urgente del Priu, il Piano regionale di interventi urgenti, tra i quali lo spostamento dei lupi in aree più idonee”.

L’anno scorso una grossa criticità era rappresentata dall’eccessiva presenza della cimice asiatica sui Monti Cimini. Dopo un tavolo regionale, si è poi deciso di intervenire con il lancio della vespa samurai, insetto antagonista della cimice. A che punto siamo in questo campo? Si sono ottenuti dei risultati?
“La vespa samurai ha contribuito ad una diminuzione di circa il 20% gli attacchi delle cimici alle nocciole. Una percentuale ridotta a fronte del danno ingente registrato quest’anno dalle aziende della Tuscia, che hanno subito un calo del raccolto che va dal 50 al 70% in alcune zone. Alla regione abbiamo chiesto e ottenuto per la filiera lo stanziamento di un milione di euro”. 

Come è andata invece quest’anno la produzione di frutta?
“Anche la filiera frutticola ha dovuto affrontare le difficoltà legate ai cambiamenti climatici, con frutta maturata in anticipo a causa delle alte temperature, che non hanno portato alla corretta e contemporanea maturazione o quella distrutta dalle bombe d’acqua alternate alla siccità.

Tra le produzioni maggiormente compromesse quella dei kiwi, concentrata nell’area dell’Agro Pontino. Ed è qui che si è sviluppata la morìa dei kiwi che ha già distrutto il raccolto di quasi il 90% delle aziende, danneggiando piante presenti su una superficie di oltre 6 mila ettari sugli oltre 9 mila ettari totali. Proprio a sostegno di questa filiera abbiamo chiesto e ottenuto dalla regione Lazio uno stanziamento di 4 milioni di euro”. 

La Tuscia è ancora tra le possibili aree idonee per ospitare il deposito di scorie nucleari? Quali i rischi che ancora corriamo?
“Il rischio è quello di distruggere il nostro territorio, già fortemente compromesso dalla presenza di pannelli fotovoltaici e pale eoliche, che stanno deturpando e minacciando il Made in Lazio e le sue eccellenze.

Concentrare in un’unica provincia, 21 delle 51 aree individuate a livello nazionale, significa cancellare la nostra vocazione agricola, mettere a rischio la salute dei cittadini e il futuro dei nostri agricoltori che potrebbero, inoltre, contribuire a creare nuovi posti di lavoro. Questo non lo accetteremo mai”.

Cosa si augura per il 2025?
“Quello che mi auguro per il nuovo anno è un ascolto e un confronto costante con le istituzioni, affinché vengano accolte le nostre istanze e preservata la bellezza del nostro territorio caratterizzato da una straordinaria agricoltura.

Ed è proprio la vocazione agricola che dovrebbe essere valorizzata per far crescere da un punto di vista economico, culturale e turistico la Tuscia e le sue eccellenze agroalimentari, che portano con sé la storia e le tradizioni della nostra terra. Valori per noi fondamentali che continueremo a difendere”.

Maurizia Marcoaldi


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