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Accusato di avere minacciato barista con un coltello e spaccato la vetrina, assolto

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Viterbo – (sil.co.) – Accusato di avere minacciato il titolare con un coltello e spaccato la vetrina di un bar in viale Trieste, un noto pluripregiudicato viterbese di 43 anni è stato assolto ieri al termine del processo in collegamento video dal carcere dove si trova attualmente detenuto. Per quell’episodio fu vittima di una violentissimo pestaggio da parte dei boss di mafia viterbese e tre sodali.


Mafia viterbese - Uno degli attentati incendiari - Nel riquadro i nove condannati in via definitiva dalla cassazione

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L’accusa aveva chiesto sette mesi di reclusione per l’imputato che, verso le 21 del 28 aprile 2018, un sabato sera, sarebbe giunto giù ubriaco nel locale, infastidendo i clienti e minacciando il titolare che lo aveva invitato a desistere, puntandogli sul lato destro dell’addome un coltello col manico rosso afferrato dietro il bancone. Dopo di che avrebbe afferrato uno sgabello in metallo con cui avrebbe infranto la vetrina del bar.

Decisiva per l’assoluzione la testimonianza della presunta vittima ovvero il barista che, citato dal difensore Remigio Sicilia, tra un vuoto di memoria e l’altro, dopo molte sollecitazioni, ha ridimensionato l’episodio, dicendo di non ricordare niente di particolarmente violento, pur ammettendo di essere arrivato in questura sotto shock, ma solo perché all’epoca accadevano spesso “screzi” tra i clienti e danneggiamenti.

Un episodio costato caro al 43enne, vittima il successivo 12 maggio di una violentissima spedizione punitiva da parte del sodalizio criminale italo-albanese sgominato con i tredici arresti del 25 gennaio 2019 e passato alla storia come mafia viterbese.


Mafia viterbese (nei riquadri i boss Trovato e Rebeshi)

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Il 43enne fu “massacrato con ripetuti calci e pugni al volto, al torace e alle costole, da più persone e anche quando era inerme a terra”. Per i carabinieri coordinati dalla Dda di Roma ad aggredirlo sarebbero stati gli stessi boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi, assieme all’allora braccio destro poi pentito Sokol Dervishi, Spartak Patozi e Gabriele Laezza, che lo avrebbero “ridotto a una maschera di sangue”.

Individuato dagli investigatori tra le 47 parti offese del sodalizio che ha messo a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018, il 43enne è tra coloro che non si sono costituiti parte civile al processo ai nove imputati poi condannati in via definitiva per associazione di stampo mafioso. Non solo, nonostante fosse stato picchiato selvaggiamente dalla banda, a suo tempo rifiutò il ricovero in ospedale.

Il movente del pestaggio? Il 43enne – secondo quanto appurato dalla procura antimafia – era sospettato di aver danneggiato un tergicristallo dell’auto di Dervishi, ma sarebbe stato soprattutto reo di aver danneggiato la vetrina del bar di viale Trieste, in una zona di Viterbo considerata sotto il controllo del sodalizio. Un affronto molto grave per i sodali, che avrebbero voluto sbarazzarsi di tutti coloro che frapponevano ostacoli al controllo del territorio.

Intercettato, Trovato affermava: “Lì è zona mia, comando io. Abito io là. Prima di rompere, devi chiedere il permesso mio. Casini non ne devono succedere, perché la polizia vicino a me non la voglio”. Del 43enne Trovato diceva: “Fa i dispetti. Gli spacco le ossa. Lo smontiamo. Per la faccia ho il cric in macchina. In quattro lo ammazziamo sto fetuso, perché è un bastardo. Ce lo dobbiamo mangiare. Gli spacchiamo gli occhi, il naso. Stasera è morto. Una volta che lo buttiamo a terra… calci e pugni dentro la faccia”.

Dopo il massacro, mentre sta raggiungendo il night club di Rebeshi, Trovato affermava: “I pugni sulla faccia, in culo, alle costole. Sulla faccia l’ho picchiato. Il piede gliel’ho messo sulla faccia. Il naso era tutto sfrantumato, gli occhi… Adesso va all’ospedale, speriamo che muore”. Non è morto, ma nonostante la gravità delle condizioni rifiutò il ricovero.


 

Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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